Intervista

Mafia-Sicilia: la denuncia degli stereotipi televisivi di Cirino Cristaldi

La mafia e i suoi stereotipi televisivi
2 set 2016 - 16:25

PALERMO - Una persona su 3 associa quasi immediatamente al termine mafia la parola Italia. È questo uno dei dati allarmanti che vengono messi in luce nel libro “La mafia e i suoi stereotipi televisivi” (Bonfirraro Editore). Il suo autore, Cirino Cristaldi, giovane scrittore e giornalista catanese, ha condotto un’indagine su un campione di circa 300 persone constatando come il termine mafia venga accostato quasi automaticamente alla parola Italia nel 37% dei casi e alla Sicilia nel 26%. Al contrario, ed è un dato ancor più significativo, il termine Sicilia viene accostato quasi automaticamente alla parola mafia nel 64% dei casi.

Un binomio pericoloso quello tra mafia e Sicilia che l’autore indaga in modo viscerale, analizzando nel saggio la rappresentazione che ne viene data nei film e nelle serie tv italiane e internazionali. L’obiettivo di Cristaldi è quello di scardinare stereotipi fin troppo radicati nel’’immaginario comune.

Il  tema sarà al centro del dibattito che si svolgerà al Caffè letterario di Palazzo Riso a Palermo il 3 settembre alle ore 16.30, in occasione della Festa dell’Onestà, in ricordo del prefetto Dalla Chiesa.

Newsicilia ha incontrato l’autore per rivolgergli alcune domande su “La mafia e i suoi stereotipi televisivi”. 

Come è nata l’idea del libro?

È nata casualmente all’università: il tema era alla base della tesi universitaria con la quale mi sono laureato nel 2011 e che ho poi adattato. Volevo far luce sugli stereotipi televisivi negativi che danneggiano l’immagine della Sicilia in Italia e nel mondo. L’idea principale nasce un sentimento personale: da siciliano non ne potevo più di vedere in tv il nome della Sicilia abbinato soltanto alla parola mafia.

Quali conseguenze comporta la diffusione degli stereotipi negativi della Sicilia sulla Sicilia stessa e sui siciliani?

La principale conseguenza riguarda l’aspetto sociale: quando un siciliano va all’estero o al Nord Italia viene visto in una certa maniera ed è vero perché l’ho provato sulla mia pelle. La seconda conseguenza è legata al turismo: molti turisti hanno paura a venire in Sicilia perché pensano che sia ancora una terra di carretti, coppole e lupare. Nel libro spiego come fortunatamente si tratti di un trend in decrescita: grazie al “villaggio globale” la gente adesso si informa meglio, chi ha viaggiato ed è venuto qui in Sicilia ha lasciato il proprio feedback positivo, importantissimo per il passaparola, permettendo a molte altre persone di avventurarsi in questo viaggio un tempo rinomato come lo fu grazie alla testimonianza di Goethe e tanti altri.

Quando nasce il fenomeno mafia?

La prima volta che viene nominato il termine mafia risale al 1865. Prima di allora non esisteva la parola, ma certi costumi erano già presenti perché insiti nel feudalesimo. La prima parte del libro è dedicata proprio all’analisi storica della nascita della mafia, per cercare di capirla attraverso la sua evoluzione temporale.

Come mai la mafia cattura l’audience?

La mafia fa audience perché giornalismo e tv vanno di pari passo e se nel giornalismo la morte fa effetto, fa notizia, è chiaro che anche in tv o al cinema gli eventi catastrofici, le morti e il sangue fanno audience. La parola mafia cattura e produttori e sceneggiatori speculano per fare soldi soprattutto attraverso la caratterizzazione dei personaggi, come analizzato nella seconda parte del libro. Gli “eroi negativi”  sono caratterizzati al punto tale che, come ne Il Capo dei Capi o ne Il Padrino, sono ben visti dal pubblico, paradossalmente si fa il tifo per loro perché umanizzati: piangono, hanno degli affetti, amano. E così il sangue e le morti che si lasciano dietro passano in secondo piano, venendo in qualche modo giustificati.

Cosa occorre fare per fermare gli stereotipi mafiosi? Bisogna cambiare il modo di rappresentare la mafia o smettere del tutto?

Come diceva Borsellino, la cui citazione è riportata sulla copertina del libro, “Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione sui giornali. Però parlatene”. Non bisogna non parlarne, bisogna parlarne in una certa maniera. È stato fatto: ci sono degli ottimi film documentario come Borsellino, Falcone e Borsellino, che narrano vicende storiche che, anche se con aneddoti romanzati, non vanno ad alterare la storia e la percezione reale della mafia. Il pubblico non viene fuorviato, vede la realtà di un fenomeno per come è. Occorre parlarne senza esagerare nel romanzare e nel fomentare l’emulazione di personaggi negativi attraverso una loro caratterizzazione eccessiva e altre strategie tecniche che produttori e sceneggiatori utilizzano per rendere più appetibili le loro produzioni.

Esistono soluzioni pratiche per eliminare il binomio mafia – Sicilia?

Non ho reali soluzioni. Si potrebbe iniziare a produrre serie tv e film che parlino della Sicilia senza fare riferimento alla mafia. Ma, in ogni caso, bisogna parlare del fenomeno nelle scuole e nelle università per sfatare questo parallelismo totalmente errato. È importante fare aprire gli occhi, anche mostrando i film di mafia ricchi di stereotipi negativi, per smontarli e analizzarli tecnicamente, in modo tale da far capire a chi ascolta che quello che viene rappresentato è diverso dalla realtà e che certi stereotipi vanno totalmente annullati. Oggi la Sicilia è una terra aperta al mondo e accogliente. Chiaramente il fenomeno mafia esiste ma, come diceva Falcone la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine”.

cirino cristaldi

Aurora Circià



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