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“Il Giornale” di Sallusti: i siciliani e i soliti beceri luoghi comuni…

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18 feb 2017 - 18:34

Alessandro Sallusti sul suo “Il Giornale” ha scritto: “Ieri abbiamo riportato l’audizione choc alla Camera del capo degli esattori siciliani. Politici, società, comuni cittadini le tasse semplicemente non le pagano: 52 miliardi di buco in dieci anni. E oggi raccontiamo la beffa nella beffa: in quella regione un esercito di 886 avvocati assunti dall’agenzia di riscossione regionale è riuscito a recuperare solo l’otto per cento dell’ammanco. Come dire: cornuti e mazziati, perché di certo questi signori non lavorano gratis. Sapevamo della Sicilia come di un paradiso naturale, non in queste dimensioni di un paradiso fiscale. Una sorta di isola Cayman (centro di raccolta mondiale dell’evasione) fai da te. La differenza è che nel mare delle Antille moltiplicano i soldi, noi invece li bruciamo. È vero che in Sicilia c’è una sorta di doppia tassazione: da una parte il pizzo alla mafia e dall’altra il contributo allo Stato italiano. Ma quando è troppo è troppo. Almeno un po’ di equilibrio, altrimenti tanto vale abdicare alla sovranità che si risparmiano tempo e soldi“.

Il direttore Sallusti riferisce che, fra quelli che non pagano le tasse in Sicilia, ci sono anche i comuni cittadini siciliani, a detta del capo degli esattori siciliani perché è stato registrato un buco di 52 miliardi in dieci anni. Una verità a dir poco incredibile considerato che la maggior parte dei siciliani paga regolarmente (e come!) le super tasse imposte dallo Stato e dalla Regione, tanto è vero che nell’Isola non vuole investire nessuna impresa e proprio per una supertassazione vigente, a discapito di moltissime persone che non sanno come sbarcare il lunario. Ma la cosa che sbalordisce di più è: “Sapevamo della Sicilia come di un paradiso naturale, non in queste dimensioni di un paradiso fiscale. Una sorta di isola Cayman (centro di raccolta mondiale dell’evasione) fai da te”.

Magari fosse così! Tutti staremmo bene, non ci sarebbe la disoccupazione alle stelle, né la emigrazione di giovani e meno giovani verso altri Paesi e vedere nella maggior parte dei comuni un “Si vende”, una porta si e una porta no. Sallusti ha dimenticato che la Sicilia, nel recente passato è stata, come per l’antica Roma, il granaio elettorale di Silvio Berlusconi. E, se “in Sicilia c’è una sorta di doppia tassazione: da una parte il pizzo alla mafia e dall’altra il contributo allo Stato italiano”, tutto questo succede, grazie ad una politica che ha, sicuramente, fatto i suoi sporchi interessi; tanto è vero che la società civile è stanca di tale sfruttamento.

Non si può continuare ad essere considerati tutti delinquenti e mafiosi. Basta! Qui abbiamo i nostri problemi, con la crisi economica e occupazionale, la Sanità pubblica, l’assistenza ai disabili, con il precariato, gli emigrati, la immondizia, lo stoccaggio dei rifiuti, gli inquinamenti perpetrati dalle aziende nordiste che vengono a scaricare veleni e rifiuti tossici nella nostra terra e… meglio fermarsi qui!

Caro direttore Sallusti, a questo punto è bene chiudere con una presentazione della Sicilia vera e dei veri siciliani e non gli ascari e i delinquenti, perché questi ultimi li trova anche nella sua Milano. la Sicilia merita di essere presentata con una poesia unica e meravigliosa, poche rime, ma profonde e folgoranti, luminose e immense, sorridenti e non dormienti, gentili e graffianti, leggère e brillanti, vellutate e spumeggianti: ’Ngnornu ca lu Diu Patri era cuntentu e passiava ’ncelu ccu li santi a lu munnu pinsau fari un prisenti, e di la cruna si scippau un diamanti; ci addutau tutti li setti elementi, lu pusau a mari ’nfacci a lu livanti: lu chiamaru Sicilia li genti, terra di l’amuri e di amanti, ma di l’Eternu Patri è sempre lu diamanti!”.

Presentare i siciliani non è molto semplice, ma, prima di parlare di ciò che dicono gli altri su di noi è meglio aprirle il cuore con una massima tutta nostrana; i sette elementi di cui è dotata la terra di Sicilia, come può notare, nella poesia che ha appena letto, sono: terra, acqua, aria, fuoco, luce, amore e vita. Gli elementi vitali di oggi per il siciliano sono diventati nove: “Acqua, luci, gas, telefunu, manciari, fùttiri, acchippatìni e nésciri ppì pigghìari aria!”. Il siciliano, per sua natura ama parlare poco e addirittura adotta un impianto relazionale sintetico, esprimendo la propria chiarezza attraverso vari aspetti di comunicazione come la posturale, la visiva, la sentimentale e la più importante, la mimica, servendosi di segni e segnali.

E proprio il siciliano è rimasto legato al segno e al segnale. Sin dall’antichità, il segno rappresenta un indizio, un accenno da dove tirare fuori premonizioni e deduzioni. il siciliano, quando propone qualcosa di piacevole, o riceve qualcosa di spiacevole: porta la mano all’altezza del petto e, in posizione orizzontale con il pollice e l’indice forma un cerchietto, lasciando il medio, l’anulare e il mignolo diritti, poi traccia una breve linea, ma non finisce qui, perché subito dopo porta la mano sulla patta dei pantaloni e si dà la cosiddetta arriminata.

Giuseppe Firrincieli

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Redazione NewSicilia



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