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Catania, da giovedì “Metafisica” all’Arte Club

bulla
17 mar 2015 - 19:38

CATANIA - Metafisica – mostra d’arte contemporanea alla Galleria L’Arte Club – via Caronda 58 Catania. Vernissage giovedi’ 19 marzo alle ore 18, finissage sabato 28 marzo. La galleria rimane aperta dalle ore 10 alle ore 13 e dalle ore 17 alle 20, chiusa il lunedi’.

L’Arte non è solo la rappresentazione di percezioni della realtà immediata, ma al contrario, l’espressione di una contemplazione, di un percorso che vuol strappare i veli dell’illusione per avvicinarsi all’inesprimibile al di là delle cose del mondo. La ricerca non può essere separata dalla vita quotidiana, è nel respiro, nella coscienza di ogni azione, è il pensiero da cui le cose, anche questa idea di mostra, prendono forma. Metafisica perchè l’Arte, in questo caso la pittura, guarda all’Eterno, all’Assoluto.

I dipinti che saranno proposti non ritraggono oggetti e paesaggi del vivere quotidiano, ma attingono alla dimensione dell’ispirazione, dove ogni elemento si fa simbolo di una realtà che è oltre il velo dell’apparente.

A dare il titolo a questa mostra, Metafisica - spiega l’ideatrice Agata Bulla - è una parola inconsueta, antica e dal significato ormai oscuro in quest’epoca di luci abbaglianti. Ma noi vogliamo intendere la Metafisica come la conoscenza di ciò che è oltre il mondo manifestato, di ciò che non ha limiti per essere compreso né termini per essere descritto, di quell’Universale che ha informato di sè i voli più nobili dell’Arte d’ogni tempo e luogo, rendendola sacra e veicolo al Sacro. Una conoscenza che non può essere raggiunta se non con una folgorante intuizione capace di trascendere la ragione per poi comunicarsi, ineffabile, solo attraverso segni e simboli. Crediamo che nell’Arte esista qualcosa che costantemente le impedisce di ridursi a ripetizione di una realtà attuale o di verità già acquisite, e dà modo a chi la crea di spingere il proprio sguardo a orizzonti remoti i cui oggetti sono irriducibili alla ragione, perché tanto superiori a essa. L’Arte non rappresenta o interpreta ciò che chiamiamo “realtà”, ma è piuttosto una via contemplativa che col nostro mondo sempre più solido e franto ha un contatto occasionale e se talvolta lo rappresenta, è solo per esprimere concetti che lo trascendono. Trovarci di fronte all’opera, contemplarla e perderci in essa, può offrirci così la risposta a domande tanto ardue da morire sulle nostre labbra. I volti dipinti che ammiriamo non sono volti, anche quando mirabilmente reali, ma espressioni di qualcosa che trascende l’opera, chi l’osserva, il suo oggetto e il suo stesso artefice. Ecco dunque l’Arte: alternativa autentica e permanente all’inautenticità dell’oggi che trascorre. Un cammino a tratti tortuoso: poiché accoglie in sé, l’Artista, un ineffabile minotauro che prende dimora nel suo cuore e vi si aggira, smaniando in attesa d’un liberatore. L’Artista prende le armi di Teseo e, seguendo un misterioso filo d’Arianna, s’avventura nel buio labirinto interiore che l’imprigiona mentre lo protegge: ne ritorna dopo la lotta col minotauro, uscendo a nuova luce. Un percorso di conoscenza, di penetrazione e superamento della realtà e, osiamo dirlo, di crescita spirituale. Poiché non c’è conoscenza vera e valida, e diremo di più, non c’è Arte, se non quella che ha le proprie radici profonde nell’Universale“.

Marina Valenti modella dalle ombre figure che dialogano tra classicità e profonda introspezione in un continuo rimando al mito, meditato, assunto, discusso e rivisitato, declinato nella forza del gesto e nella voluttà dell’abbandono, tra le quali l’anima può trovare la sua via per ascendere all’Oltre.

Per Sarah Manganaro, un albero dalla morbidezza di un corpo di donna si fa simbolo e ricettacolo eletto di rinascita, mettendo radici fiori a un passo dal pieno turgore; dalle ombre emergono i pallidi profili di strumenti alchemici e d’un libro ancora chiuso, contrassegno di sapienza, d’un’Opera ancora da compiersi verso la Luce.

Salvatore Santoddì offre alla linea diritta e al tratto tersissimo un mirabile contrappunto nella sinuosità dei corpi femminili come sospesi a mezz’aria, una sensualità ribadita e a un tempo innalzata dalla moltiplicazione della rosa profonda, onnipresente, che col suo rosso cupo si staglia sui toni morbidi dello sfondo; e dal loto, prezioso contenuto della torre ch’è faro e guida per i naviganti e athanor d’alchimisti.

Con Riccardo Scavo i preziosi accumuli dei segni della devozione trovano contrasto nell’asprezza degli apocalittici scorci etnei, nella roccia che tutto pervade, nel fuoco sulfureo che, pur remoto, incombe dall’alto come una vaga minaccia o una promessa di rinnovellazione della Creazione. Volti senza tempo, monti filosofali e colori brillanti sono immersi in un ambiente sognante, a metà tra il sottomarino e il celeste.

Infine, Agata Bulla tuffa le sue opere in una luce accecante, che tuttavia non le scolora, ma conferisce loro una qualità sempre nuova e vibratile. Una ruota di pietra, leggera come suono di campana, diventa immagine visibile dell’eternità, mentre le figure che la percorrono, come intente in una danza perenne, suggeriscono con parola impercettibile un anelito, un’idea, l’intuizione di una realtà che sta sempre un passo oltre il limite dello sguardo, lì dove il contrasto tra il colore freddo e quello caldo si fa unità perfetta.

Questo è il cimento che si è proposta l’ideatrice della mostra, Agata Bulla, di cui vengono presentate alcune opere insieme a quelle di Marina Valenti, Riccardo Scavo, Salvatore Santoddì e Sarah Manganaro.

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Redazione NewSicilia



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