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Il “barone” Franco Causio a Vittoria presenta la sua autobiografia, storia di calcio e di Juve

Da sinistra: Fabio Prelati, Gianni Molé. Franco Causio. Claudio La Mattina e Gaetano Bonetta
Da sinistra: Fabio Prelati, Gianni Molé. Franco Causio. Claudio La Mattina e Gaetano Bonetta
19 feb 2016 - 11:43

VITTORIA - Partire dal Salento con un sogno verso il Nord. Fare una tappa di nuovo al Sud a Palermo e poi entrare nell’olimpo del calcio con la Juventus, la Nazionale e l’Udinese di Zico.

Causio cavalcava la fascia con eleganza e signorilità. Ha regalato con i suoi dribbling una nobiltà al classico numero 7 che sgroppava su e giù lungo la linea laterale cercando di imbeccare con qualche buon cross le punte.

Con un palmares invidiabile Causio – che ha vinto 6 scudetti con la Juve (il primo nel 1972 e l’ultimo nel 1981), una coppa Uefa, e il Mundial del 1982 – è stato uno dei protagonisti assoluti di un calcio italiano amato e invidiato in tutto il mondo. Per anni l’ala salentina è stato tra i primi 20 calciatori più forti in circolazione, arrivando 12° nella classifica del Pallone d’oro 1976, 13° nel 1977, 19° nel 1978, 21° nel 1979.

Per la sua eleganza, i suoi capelli folti e ribelli e il suo stile dentro e fuori il campo è stato soprannominato il “barone”. Un soprannome che gli è rimasto appiccicato addosso sino ai giorni nostri insieme a quello di “Brazil”.

Una storia così non poteva non essere raccontata. Così – ospite a Vittoria nella suggestiva cornice di Sala Mazzone e con la moderazione del giornalista Gianni Molé – Causio ha raccontato aneddoti, curiosità e retroscena di una carriera luminosa e vincente.

Il titolo è legato strettamente al passato bianconero di Causio con la massima del presidentissimo Giampiero Boniperti “Vincere è l’unica cosa che conta”.

“Qualche anno fa – ha spiegato il “barone” - mi ha contattato la Sperling chiedendomi una mia autobiografia. Ho sempre rimandato. Poi nella sede dell’Udinese ho incontrato l’amico Italo Cucci con cui avevo un grande rapporto. Così gli ho chiesto di aiutarmi. Dopo alcune vicissitudini ci siamo trovati per 5 giorni in un albergo e abbiamo buttato giù una bozza che Italo per mesi ha corretto. Senza di lui non ce l’avrei fatta”.

La storia di Causio – che ha giocato con e contro i più grandi, come Zoff, Gentile, Tardelli, Rossi, Scirea, Facchetti, Altafini, Zico, Platini, Cruijff, Maradona – è anche la storia di un meridionale che ce l’ha fatta.

“Mio padre aveva un negozio di bombole a Lecce – ha proseguito l’ex bianconero – e io mi iscrissi alla Juventina. All’epoca non c’erano scuole calcio ma queste società, altrimenti non avremmo potuto permetterci nessuna iscrizione come invece si usa adesso. E ricordo un regalo di mio padre fatto con grandi sacrifici: un paio di scarpe da calcio nuove. Ho capito che servivano sacrifici ma ho voluto scrivere la mi storia per far capire ai meridionali che non bisogna fare vittimismo ma serve il lavoro e l’umiltà”.

Poi Causio ha passato in rassegna diversi episodi ormai patrimonio collettivo dei calciofili: dalle telefonate alle 6 di mattina con l’avvocato Agnelli (“un uomo di un’eleganza e di un carisma fuori dal comune”) alla famosa partita a carte con Zoff, Bearzot e il presidente Pertini sull’aereo presidenziale dopo la finale Italia – Germania dell’82.

Insomma la storia di Causio è quella di un altro calcio – non lontanissimo – che in un’epoca di creste, orecchini e tatuaggi manca tantissimo agli appassionati e che, di sicuro, era molto più genuino.

Andrea Sessa



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