Investimento

Arabia Saudita dona 30 milioni di euro alla Sicilia. Aleggia lo spettro della “reconquista”

foto tratta da ete.comuni-italiani.it
foto tratta da ete.comuni-italiani.it
1 set 2016 - 13:27

ENNA - Il ministero della cultura dell’Arabia Saudita serve su un piatto d’oro 30 milioni di euro ai comuni di Aidone, Piazza Armerina e Valguarnera.

Lo fa in un modo del tutto inusuale. Non chiede nulla in cambio, se non vivificare la presenza araba in Sicilia, dare il via libera, ad esempio, alla nascita del «King Salman cultural islamic center», una fondazione che sappia come far trionfare nell’epoca odierna antiche glorie.

Per i comuni dell’entroterra siculo l’interesse appare scontato: crescita sotto il profilo culturale e artistico e rivitalizzazione del settore turistico.

Tutto ha avuto inizio il 3 maggio scorso nel municipio di Aidone, quando il delegato ufficiale del governo saudita, Ahmed Saeed Badrais, ha illustrato il suo corposo progetto ai tre sindaci interessati e al rappresentante della Soprintendenza di Enna.

Cosa prevede il progetto?

In primis si prevede la ristrutturazione di monumenti che recano impronte indelebili della dominazione araba in Sicilia, come per esempio l’antica fortezza di Gresti, poi la nascita di un campus universitario volto alla conoscenza della cultura araba e infine l’edificazione di una moderna moschea che, a quanto pare, diventerebbe la seconda per grandezza in Italia.

Ma sulla manna dal cielo aleggia lo spettro della colonizzazione culturale. Una cospicua fetta di siciliani deplora e stigmatizza la cospicua concessione degli sceicchi del Golfo come una “reconquista araba”.

E se c’è chi, come il sindaco di Aidone, Vincenzo Lacchiana, inneggia al progetto ritenendolo una grande opportunità per le città coinvolte e per la Sicilia in genere, dall’altro lato, contro la realizzazione della moschea e del campus universitario di cultura islamica nasce un comitato civico.

Il business arabo in Sicilia fa già parte di una realtà pregnante di cui tutti manifestano piena consapevolezza, ma l’investimento sul “no profit”, sulla cultura e sull’ambito religioso, desta naturali preoccupazioni.

Daniela Torrisi



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