Pericolo

“Tuo figlio è un hikikomori e tu non lo sai”, il grido d’allarme degli psicologi: “Ascoltate i vostri figli”

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4 giu 2017 - 06:01

CATANIA - Le cronache degli ultimi tempi ci hanno abituato a conoscere “mali” che mai e poi mai avremmo creduto potessero fare presa sui ragazzi, giochi pericolosi “all’ultima moda” in grado di alimentare il disagio giovanile al punto da portare all’autolesionismo e persino alla morte.

Quello che le cronache non dicono, però, è che esistono altri “mali” che non corrono dietro alle mode del momento. Nessuno (o quasi) racconta di quei mali silenziosi, asintomatici, che restano tra le quattro mura di camerette buie, illuminate dagli schermi dei monitor o degli smartphone.

Non perdiamo occasione per parlare di Blue Whale, di manifestazioni estreme di disagio psico-sociale come l’anoressia, la bulimia, la tossicodipendenza ma non parliamo mai “del male di tutti i mali”: l’isolamento.

Non lo facciamo perché non lo conosciamo, non ne conosciamo la pericolosità o semplicemente perché non crediamo possa minimamente paragonarsi a disagi ben più “importanti”. Eppure, l’isolamento (inteso non esclusivamente in senso fisico) è uno dei fattori scatenanti di decine di patologie ritenute gravi o pericolose.

La prova della nostra ignoranza in materia – nessuno si senta offeso – è la stessa mancanza di strumenti terminologici che ci consentano di inquadrare il problema in modo preciso. Il termine “isolamento” è un termine generico, può voler dire tutto e il contrario di tutto e non necessariamente esprime qualcosa di negativo.

Sentirsi dire “suo figlio soffre di isolamento” non è esattamente come sentirsi dire “suo figlio è un hikikomori”. Nel primo caso si è portati a pensare che non può esserci nulla di sbagliato nell’essere “introversi” o nel vivere una fase introspettiva nella propria vita di adolescente.

L’allarme scatta, invece, quando ci si ritrova all’interno di un qualcosa che ci “categorizza”, di una condizione precisa, di una patologia che ha tanto di “nome e cognome” e che non ha l’aria di essere poi così “simpatica”.

Il termine hikikomori (letteralmente “isolarsi”, “stare in disparte”) è stato coniato in Giappone per indicare quegli adolescenti e giovani adulti che hanno deciso di “chiudere i ponti” con il mondo esterno vivendo richiusi in casa (nella propria camera da letto o nel luogo che meglio rappresenta una “zona di comfort”) senza avere nessun contatto diretto con la realtà.

L’errore più grande che si possa fare è pensare che il fenomeno non ci appartenga o che l’incidenza del fenomeno sia tanto esigua da non meritare attenzione. Se è vero, infatti, che in Giappone è un fenomeno a dir poco dilagante (gli studiosi parlano di circa 500.000 casi accertati ma le associazioni che se ne occupano riportano dati prossimi al milione, cioè quasi l’1% dell’intera popolazione), è altrettanto vero che in Italia le cifre non sono confortanti e anche in Sicilia il fenomeno è in crescita.

La dottoressa Cinzia Pappalardo, psicologo esperto in disagi e dinamiche dell’adolescenza ci spiega cos’è l’isolamento e perché è un aspetto da non sottovalutare.

“Ho esperienza diretta di adolescenti che hanno deciso di chiudersi nel loro guscio, lasciando all’esterno tutto ciò che li circonda. Si tratta di giovanissimi, per lo più di sesso maschile, che consapevolmente preferiscono vivere la loro vita tra le quattro mura che compongono la loro cameretta lasciando all’esterno tutto ciò che li circonda. Spesso - spiega la dottoressa – si tratta di ragazzi delusi dalla società, dalle amicizie, dai compagni di scuola, persino dai genitori. La scelta di vivere segregati in casa è il frutto della sfiducia che hanno maturato nel mondo esterno. Non è insolito, infatti, avere a che fare con ragazzi che sono stati precedentemente vittime di bullismo o di violenza sessuale. Nella maggiorparte dei casi sono ragazzi molto intelligenti, quelli che definiremmo dei ‘geni incompresi’ e che proprio per il disagio di non sentirsi capiti, scelgono di vivere in disparte”.

Una scelta consapevole, voluta, ponderata ma per nulla terapeutica. L’isolamento, infatti, non placa gli effetti del disagio ma, anzi, in alcuni casi non fa altro che amplificarli.

“L’adolescente non è felice nel suo isolamento ma preferisce poter gestire i rapporti con l’interruttore di un computer o di uno smartphone. Trascorre ore a chattare o a mandare messaggi ma sa di poter ‘staccare’ quando vuole o quando più gli conviene. Quasi sempre, infatti, al fenomeno dell’isolamento si accosta un disturbo da dipendenza da internet, o più specificamente dai social media. E’ il modo più semplice per crearsi la realtà della quale sente di aver bisogno”.

Quali sono i sintomi e quando sia il caso di preoccuparsi è difficile a dirsi ma l’osservazione e l’ascolto restano i migliori alleati per prevenire degenerazioni patologiche.

“La sintomatologia dell’isolamento è vasta ed esistono infinite gradazioni di intensità. In linea generale può dirsi che tutto ciò che può rivelarsi ‘insolito’ o ‘estremo’ non è mai da sottovalutare. Senza dimenticare che l’adolescenza è una fase difficile e particolare per ciascun ragazzo, non bisogna mai ignorare piccoli segnali di cambiamento. Ce ne saranno tantissimi in questa fase, sia fisici che psicologici ed è assolutamente necessario essere consapevoli che il proprio figlio o la propria figlia stanno vivendo un periodo di ‘rivoluzione’. Quello che però non deve mai mancare è il dialogo, l’ascolto, l’osservazione del cambiamento e del modo in cui esso avviene. Molto spesso l’isolamento si manifesta in adolescenti che sentono la mancanza dei genitori e non solo dal punto di vista fisico”.

Come si interviene?

“Personalmente ho riscontrato effetti positivi con la creazione di luoghi e di spazi di confronto tra ragazzi, incontri di gruppo nei quali si viene messi in condizioni di rapportarsi con i propri coetanei e di sentirsi accettati da coloro che vivono lo stesso disagio. Gli incontri individuali, poi, sono indispensabili per instaurare un rapporto di fiducia stabile. È fondamentale creare un canale diretto basato sul rispetto reciproco e sulla lealtà; senza forzature e senza aspettarsi miracoli. Ciò che posso affermare con certezza è che anche i casi apparentemente più ostici possono avere il loro lieto fine. E’ proprio per questo motivo che molto spesso, rivolgendomi ai genitori, mi sento di incoraggiarli: ‘Ascoltate i vostri figli, parlateci, interessatevi alle loro vite, alle loro passioni, alle amicizie’”.

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Marco Bua



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