Storia

Terremoto e mafia: un binomio che conterebbe più di 161 mila vittime

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13 set 2016 - 06:20

CATANIA -Catania è oggi tra le città a più alto rischio sismico d’Europa”: 161.829 morti. Se ci fosse una scossa di terremoto forte, ma davvero tanto forte… la città etnea sarebbe il luogo più colpito nel Sud Italia. 

Non sono dati inventati, ma certi: dati agghiaccianti pubblicati nel 2013 dal giornale “L’Espresso” e, nello specifico, da Matteo Iannitti. 

Ma non è finita qui: oggi vogliamo raccontarvi un’altra storia che si ricollega ad un’eventuale strage siciliana causata da un (sempre eventuale) terremoto. La storia è quella scritta da un giornalista catanese, Antonio Roccuzzo, nel libro “Mentre l’orchestrina suonava “Gelosia””, edito da Mondadori. 

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Direte voi, qual è il nesso tra un libro e un eventuale sisma nella nostra isola? Anzi, nella nostra città? Il libro di Roccuzzo racconta dell’estate 1980. Un piccolo pregiudicato viene ucciso in una piazza del centro storico di Catania, nel bel mezzo della festa della Madonna del Carmine. Mentre l’orchestrina suonava “Gelosia” titolò il “Giornale del Sud”. Le tre colonne in cronaca erano firmate da un giornalista ventiduenne entrato da poco a far parte di un agguerrito gruppo di giovani cronisti intransigenti che, armati di taccuini e Lettera 22, erano convinti di poter cambiare quasi tutto da soli, guidati all’assalto da un ultracinquantenne “ragazzino”, disobbediente, scanzonato, irrispettoso, ribelle: Giuseppe (Pippo) Fava. Quattro anni dopo, l’assassinio di Fava per mano della mafia cambiò per sempre il destino di un’intera comunità e l’esistenza di quel drappello di reporter che, insieme a lui, aveva nel frattempo fondato il mensile “I Siciliani”, la prima voce libera levatasi a denunciare apertamente la penetrazione di interessi e cultura criminali nelle viscere della città e dell’isola.

Antonio Roccuzzo, l’autore della cronaca di quell’ormai lontano delitto, racconta nel libro la sua esperienza giovanile di formazione e il suo passaggio all’età adulta: la vita in una tranquilla città di mafia, inquinata dalla presenza di Cosa Nostra come da un morbo profondo e inarrestabile; la morte del padre e, quasi adempiendo a una promessa, la scelta definitiva del giornalismo; l’incontro umano e professionale con Fava; le pressioni dell’ambiente, le inquietudini personali, i dubbi e infine il rifiuto di continuare a lavorare in Sicilia.

Ed è proprio in mezzo a tutto questo, in mezzo a tutte quelle parole in circolo che Antonio Roccuzzo racconta come “senza piano regolatore da quasi sessant’anni, con premi di cubatura portati da questa amministrazione al 35%, con nessun fondo dedicato alla messa in sicurezza antisismica dei palazzi destinati ad abitazione, con i soldi per il ripristino dei danni del terremoto del 1990 che stanno arrivando solo in questi mesi, dopo 26 anni”.

E ancora: “A causa di speculatori senza scrupoli, costruttori mafiosi, amministrazioni e funzionari compiacenti i palazzi dove dormiamo o lavoriamo rischiano di seppellirci. Più che in altre città d’Italia. Non sta solo ai Governi, sta a noi, alla nostra comunità, esigere la messa in sicurezza del nostro territorio, finanziamenti anche per le civili abitazioni e per ogni edificio pubblico”.

A distanza di tanti anni, a Catania, nulla è cambiato. I dati agghiaccianti che contano migliaia di vittime catanesi si basano su parametri locali come la densità degli abitanti, la vulnerabilità degli edifici in base all’anno e al materiale di costruzione per passare all’altezza dei palazzi e a tutto quanto, periodicamente, la Protezione Civile aggiorna nel sistema informatico di gestione delle emergenze. 

Quello che ci si chiede, ogni giorno, è cosa stia aspettando l’Amministrazione della nostra città per correre ai ripari: forse tutti sono in attesa di un sisma che ripulisca tutto. Dalla popolazione, alla Villa Bellini, al Duomo, al mare… e poi, chissà, se qualcosa si smuoverebbe tra polveri, corpi, sangue e disperazione. 

Forse, a Catania, siamo abituati un po’ così: anche con Sant’Agata, patrona della nostra città, ebbero lo stesso atteggiamento: rinchiusa nella cattedrale per farle le famose sbarre di ferro contro presunti ladri dovettero prima rubarle tutti i gioielli e i doni regalatele dai fedeli. Se camminando per le vie della città etnea fermate un vecchietto a caso o un adulto o anche un giovane e gli chiedete se questa “novella” che vi stiamo raccontando è vera… beh, certamente, vi risponderà che “a Sant’Aita prima ci arrubbanu e appoi ci ficiunu i canceddi”.

Perchè a Catania si usa così: prima le cose capitano e poi si corre ai ripari. Speriamo invece che, stavolta, nessuno corra ai ripari a fatti compiuti. Perchè qui c’è ancora da vivere, qui c’è ancora da sperare. 

Rossana Nicolosi



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