Silenzio

La storia di Carmelo Castro morto nelle mani dello Stato come Stefano Cucchi

carmelo castro
8 gen 2015 - 06:00

BIANCAVILLA - Sono le ore 14 del 24 marzo 2009 quando i carabinieri di Biancavilla bussano alla porta della piccola casa di Carmelo Castro, un ragazzo di 19 anni. La madre apre agli uomini dell’arma che lo prelevano per portarlo in caserma. “Signora è solo una verifica – dicono -. Tra dieci minuti torna”.

Il 28 marzo – quattro giorni dopo – Graziella Lavenia, la madre di Carmelo, verrà condotta nella camera mortuaria dell’ospedale di Garibaldi di Catania per il riconoscimento del cadavere del figlio.

Un ragazzo di soli 19 anni, pieno di salute e sogni, è morto nelle mani dello Stato. Il dolore atroce e composto della famiglia è struggente ma sulla morte di Carmelo, nonostante una battaglia giudiziaria condotta dal pugnace avvocato Vito Pirrone, permangono tantissimi aspetti oscuri e contraddittori.

Le foto di Stefano Cucchi hanno fatto il giro d’Italia. Il volto scavato e pesto di quel giovane e le condizioni del suo corpo hanno indignato e contribuito a riaprire il caso. E la morte di Carmelo Castro – paradossalmente deceduto ben sette mesi prima di Cucchi – rappresenta una storia analoga.

Il “caso” Castro racchiude altrettanti misteri e ancora oggi – a distanza di un lustro – la famiglia non si è convinta della verità che ha accertato la magistratura.

CHI ERA CARMELO? Carmelo era un ragazzo figlio di emigranti in Germania e aveva trascorso diversi anni a Norimberga, salvo poi tornare intorno ai 15 anni a Biancavilla con la famiglia dove svolgeva qualche lavoretto occasionale.

Probabilmente le compagnie sbagliate di questo ragazzo (che non conosceva nessuno in città dopo l’adolescenza trascorsa all’estero) lo hanno portato a essere coinvolto in una rapina a un tabacchino.

Le telecamere di sorveglianza hanno mostrato Carmelo a volto scoperto mentre entrava per comprare un pacco di sigarette. Poco dopo due persone, a volto coperto hanno rapinato il tabacchi.
Secondo i carabinieri Carmelo sarebbe stato il “palo”. Quindi attraverso la sua testimonianza si poteva risalire agli autori materiali della rapina.

LA CASERMA E LE URLA. “Da tempo vivo in una condizione di assoluta paura. Ricordo, in particolare, che meno di un mesetto fa, mi fratturarono il naso perché mi rifiutavo di aiutarli in alcune scorribande ed altri reati che gli stessi avevano progettato di compiere”.

Queste sono le parole messe a verbale dai Carabinieri quando interrogarono Carmelo. Il ragazzo – sinora incensurato e da pochi anni tornato in città – forse era stato coinvolto da criminali locali e gli uomini dell’arma hanno cercato di sapere dal ragazzo i nomi dei complici.
“Se avessi saputo – dice Graziella Lavenia – quel giorno avrei nascosto mio figlio. In Germania una cosa del genere non sarebbe mai potuta accadere”.

Proprio la madre con la sorella di Carmelo, Agata, vanno nella vicina caserma dei carabinieri di Biancavilla per capire cosa sia accaduto. Ma il ragazzo non c’è: è stato portato a Paternò.
La famiglia Castro si reca dunque a Paternò. Qui, però, inizia l’ombroso percorso di un 19enne nelle mani dello Stato.

“Mi hanno fatto aspettare circa mezz’ora dentro la caserma – spiega la madre di Carmelo – ma non ho visto mio figlio. Ho sentito che gridava e piangeva un carabiniere mi ha detto di uscire fuori”.

I familiari hanno atteso all’uscita della caserma e dopo un po’ la sorella ha visto di sfuggita Carmelo mentre usciva accompagnato da alcuni agenti con il volto gonfio tanto da esclamare verso i Carabinieri: “Cosa gli avete fatto?”.

LE FOTO. Cosa sia realmente accaduto all’interno della caserma di Paternò non è stato chiarito. Giorno 25 Carmelo Castro viene condotto nel carcere di Piazza Lanza e la foto segnaletica che gli viene scattata mostra un gonfiore innaturale delle labbra e del viso. Quella è l’ultima istantanea di Carmelo da vivo.

Per la madre Graziella non ci sono dubbi, si tratta di un pestaggio: “Mio figlio non era così – racconta mentre tiene in mano proprio quella foto - L’hanno ridotto in questo stato e deve aver perso tantissimo sangue”.

La famiglia conserva anche i vestiti che aveva Carmelo il giorno del fermo. Sul giubbotto, sul maglioncino, sui jeans e sotto la suola delle scarpe sono svariate le macchie di sangue – ormai sbiadite e ingiallite – che è possibile vedere.

Inoltre l’orecchino di Carmelo è stato restituito alla famiglia spezzato, come se fosse stato strappato dall’orecchio. Però sul corpo del ragazzo non è stata eseguita nessuna perizia per accertare l’eventuale presenza di segni di violenza avvenuti nei giorni prima del decesso.

TRE GIORNI DI BUIO. Carmelo fa il suo ingresso in carcere il 25 marzo e vista la delicata situazione emotiva e psicologica – si tratta di un ragazzo giovanissimo, incensurato e messo duramente alle strette dai carabinieri – viene condotto nel reparto Nicito di Piazza Lanza.

Si tratta di un reparto ove vige un regime di grande sorveglianza. Carmelo viene condotto a colloquio con lo psicologo di turno del presidio nuovi giunti che rileva come fosse “fortemente provato dalla detenzione” ma, nella relazione dell’equipe, non sarebbero emersi “sintomi che potevano far presagire in alcun modo a gesti anticonservativi”.

“Il 26 marzo sono andata a Piazza Lanza – spiega Graziella Lavenia – ma non mi hanno fatto vedere Carmelo. Gli avevo portato una borsa con i ricambi ma non ho potuto dargliela io perché mi hanno detto che si trovava in isolamento”.
Carmelo muore il 28 marzo: secondo il verbale del pronto soccorso dell’ospedale Garibaldi il ragazzo sarebbe “giunto cadavere” alle 12,30. E da qui in avanti gli orari saranno importantissimi in questa storia.

QUANDO È MORTO? Quel 28 marzo del 2009 Carmelo appare, secondo le testimonianze di un agente di polizia penitenziaria, “tranquillo e sereno” e aveva anche chiesto di poter telefonare ai propri genitori ma non gli viene concesso.

Secondo le testimonianze di un altro agente Carmelo viene trovato, alle 12,20, all’interno della sua cella impiccato con un lenzuolo intorno al collo legato al letto a castello. L’agente, dunque, lancia l’allarme e interviene il medico di Piazza Lanza con delle manovre di rianimazione avendo trovato il giovane “in stato di incoscienza” e in “arresto cardiorespiratorio”.

Però gli orari non collimano perché il medico dice di aver rinvenuto il corpo alle 12,35 e di aver disposto il trasporto in infermeria del giovane. Solo in un secondo momento Carmelo viene caricato su una macchina di servizio – senza assistenza medica nonostante un certificato di “arresto cardiorespiratorio”, che quindi non vuol dire essere senza vita – e portato in ospedale.
Qui, però, vi giunge alle 12,30 “già cadavere”. Questa terminologia indica una morte avvenuta da tempo. Cosa è successo quella mattinata? Le telecamere di sorveglianza di quel reparto carcerario pur presenti in quel periodo non funzionavano e quindi il buio è totale. Ci si è affidati alle ricostruzioni degli agenti.

Perché il referto dell’ospedale specifica un orario e le testimonianze di agenti e medico del carcere un altro? E perché se il medico afferma di aver trovato il giovane in arresto cardiorespiratorio non ha praticato le importantissime pratiche di rianimazione, previste dai più elementari protocolli sanitari, durante il tragitto dal carcere all’ospedale? Forse perché Carmelo non era morto in quell’orario messo a verbale ma da prima?

UNO STRANO SUICIDIO. Le ultime persone ad aver visto Carmelo vivo sarebbero un agente della penitenziaria e il detenuto vivandiere addetto alla consegna dei pasti. Entrambi sarebbero passati intorno alle 11,50 dalla cella di Carmelo per la consegna del pranzo ma inizialmente non sono stati ascoltati dai magistrati.

Appare strano che in mezz’ora Carmelo abbia potuto mangiare voracemente (anche se l’autopsia ha fatto emergere resti alimentari non compatibili con il menù del giorno e senza un riferimento temporale), ripulire le stoviglie e metterle perfettamente in ordine (lo testimoniano le foto scattate all’interno della cella) e poi stringere un nodo intorno al collo con un lenzuolo legato al letto e uccidersi.

Il letto della cella misurava 1 metro e 52 cm. e il cappio era agganciato a un’altezza di 1 metro e 46 cm. Come ha fatto Carmelo Castro a impiccarsi se era alto 1,75 cm? Si è impiccato a un letto più basso di lui di parecchi centimetri?

Un ulteriore particolare è rappresentato dalle macchie ipostatiche trovate sul corpo di Carmelo che non sono compatibili con una impiccagione.

Come mai il ragazzo è riuscito a togliersi la vita se si trovava in un reparto dove vigeva la “grandissima sorveglianza?”. Perché è stato condotto in ospedale in un mezzo privato e non con un’ambulanza con un medico presente?

“Carmelo non riusciva a fare i nodi – spiega la madre – tanto che non allacciava le scarpe ma metteva i lacci sciolti dentro. Non credo che abbia potuto suicidarsi. Poteva essere scosso ma non aveva motivo di togliersi la vita e so che non l’avrebbe mai fatto”.

LE INDAGINI. Il 27 luglio del 2010 il caso è stato archiviato. Nella prima inchiesta giudiziaria le indagini sono state affidate alla stessa polizia penitenziaria. Dagli atti della prima indagine mancava traccia della visita medica obbligatoria in carcere del ragazzo e non sono stati ascoltati i medici e gli agenti che hanno avuto contatti con Carmelo, nemmeno coloro i quali l’hanno visto in vita prima della morte.

Non sono stati ascoltati né il medico che l’ha soccorso né l’agente che l’ha ritrovato impiccato. Inoltre non sono stati sequestrati né la cella né il lenzuolo utilizzato come cappio. Dopo una battaglia condotta dalla famiglia, sostenuta dall’avvocato Vito Pirrone, dalle associazioni Antigone e A buon diritto, dal garante dei diritti dei detenuti Salvo Fleres e da alcuni parlamentari nazionali la procura ha riaperto nel 2011 le indagini e le risultanze non collimavano con gli elementi usati per l’archiviazione.

LA TRAGEDIA NELLA TRAGEDIA. L’agente che trovò Carmelo con il cappio al collo in cella è stato trasferito in un’altra sede, nel ragusano, dopo l’accaduto. Anch’egli dopo la morte del ragazzo ha tentato il suicidio cercando di impiccarsi.

LA RICHIESTA. Nella umile casa della famiglia Castro non esiste, ormai da cinque anni, né il Natale né qualsiasi altra festa comandata. Non ci sono addobbi natalizi né segni di festa. C’è quella foto di Carmelo, l’ultima, con il volto gonfio. C’è il suo ricordo ovunque e la voglia di giustizia. Perché questa storia dai contorni oscuri non convince la sua famiglia.

“Mio figlio può anche avere sbagliato – dice con gli occhi lucidi Graziella Lavenia, compostissima nel suo immenso dolore – ma era sotto la tutela dello Stato. L’ho visto in questa stanza vivo e poi l’ho rivisto morto dopo qualche giorno. Io vorrei che tutti si passassero una mano sulla coscienza. Vogliamo la verità, soltanto quella. Non cerchiamo vendette”.

In procura a Catania giace dalla scorsa estate un esposto depositato dalla famiglia Castro nel quale si chiedono, al procuratore capo Giovanni Salvi, nuove e approfondite indagini. È passato più di un anno ma nessuno ha mai dato risposta.

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Andrea Sessa



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