Mafia

La Sicilia in mano a Cosa Nostra, i clan di Palermo e provincia

baciamo-mani
30 ago 2016 - 06:02

PALERMO - Prosegue il viaggio di NewSicilia all’interno dei meandri più reconditi di Cosa Nostra e della sua struttura organizzativa che, di fatto, tutt’oggi esercita il controllo dell’Isola per mezzo di famiglie clan e organizzazioni mafiose radicate nel rispettivo territorio di appartenenza. 

Cosa nostra nel territorio palermitano permane in uno stato di costante ridefinizione degli assetti delle zone di influenza, dovuto anche alle scarcerazioni di esponenti di primo piano, dalla cui autorevolezza criminale sembrano spesso dipendere le vicende complessive delle consorterie.

Queste vicende non sembrerebbero, tuttavia, aver scalfito la tradizionale architettura unitaria e verticistica, articolata in famiglie e mandamenti. I rispettivi capi conserverebbero, infatti, la carica anche durante lo stato di detenzione, delegando l’ordinaria amministrazione a specifici reggenti che, sebbene investiti formalmente, risulterebbero affiancati, il più delle volte, da sodali anziani, anche appartenenti a famiglie e mandamenti diversi.

La flessibilità dei mandamenti mafiosi e la maggiore autonomia acquisita da alcune famiglie hanno trovato ulteriore e recente conferma, nell’ambito dell’indagine “Grande passo 3”; l’operazione ha accertato sia l’esistenza, all’interno del mandamento di Corleone, di fratture determinate da correnti contrapposte, riconducibili rispettivamente a Bernardo Provenzano e Salvatore Riina, oltre all’animosità delle famiglie dell’Alto Belice, al confine tra le province di Palermo e Agrigento, ambiziose di costituirsi in un’autonoma articolazione territoriale.

L’indagine ha evidenziato, inoltre, l’affermazione della nuova famiglia di Chiusa Sclafani. 

L’attuale mappatura geo-criminale vede ora il territorio suddiviso in 14 madamenti (di cui 8 in città), nell’ambito dei quali sono incardinate 79 famiglie.

Il ricorso a strategie violente rimane confinato ai casi in cui è necessario riaffermare il controllo sulle aree di influenza, in risposta a iniziative, non autorizzate, di soggetti appartenenti alla medesima compagine mafiosa.

Cosa Nostra continua, infatti, a prediligere una politica di mimetizzazione e silente infiltrazione del tessuto economico-sociale, anche attraverso il ricorso a pratiche corruttive, che rendono il sistema permeabile e disponibile al compromesso.

Cosa nostra città di Palermo

 

L’analisi dello scenario criminale della provincia evidenzia, inoltre, come le strategie operative di cosa nostra esprimano una particolare propensione verso il traffico di stupefacenti, gestito direttamente da sodali o personaggi contigui all’organizzazione mafiosa.

Recenti indagini hanno confermato la propensione di cosa nostra “ad inserirsi nel settore delle opere pubbliche, facendo ricorso a società di comodo o ricercando e coltivando un rapporto diretto con imprenditori assoggettati o compiacenti, al fine di creare vere e proprie joint venture occulte”.

 In provincia, il termometro dei rapporti di forza e degli equilibri in atto è dato dalla capacità di controllare le dinamiche criminali del territorio; capacità che rappresenta, anche da un punto di vista simbolico, una manifestazione di affermazione del potere mafioso. In questa logica, l’oscillazione dei confini delle aree d’influenza delle consorterie mafiose costituisce spesso la risultante degli avvicendamenti nelle posizioni di vertice di alcuni boss, a volte autoproclamatisi, privi di lungimiranza, inclini all’affarismo e inadeguati a garantire il rispetto delle regole associative.

Si avverte un clima d’instabilità in cui le scarcerazioni degli affiliati potrebbero contribuire a rimettere periodicamente in discussione lo status quo oltre che sotto il profilo delle alleanze, in alcuni casi frutto di strategie di inclusione verso consorterie storicamente antagoniste, anche per ridurre, in una prospettiva di sopravvivenza dell’intera organizzazione, la vulnerabilità verso l’azione repressiva.

Cosa nostra Provincia Palermo

 

Altrettanto significative appaiono le condotte adottate dall’ala militare di cosa nostra che, nonostante i contraccolpi subiti, continua a perpetrare azioni di tipo coercitivo e predatorio: numerose operazioni di polizia hanno, infatti, dimostrato come permanga costante il ricorso a tali attività criminose, funzionali, come accennato, a “marcare” il territorio, ad accreditare i capi emergenti e ad acquisire liquidità per il sostentamento del sodalizio.

L’Operazione “Torre dei diavoli”, dell’11 dicembre 2015 ha ricostruito il processo di riorganizzazione in atto nella famiglia di Santa Maria di Gesù, sodalizio palermitano ancora legato alle più arcaiche tradizioni di cosa nostra. Le indagini documentano il ricorso all’antico rituale elettivo per alzata di mano (descritto già dai primi collaboratori di giustizia), nonché ad un gruppo di fuoco – autore di un omicidio e di un tentato omicidio – per riaffermare il controllo sul territorio d’influenza anche nei confronti di iniziative non autorizzate da parte di soggetti legati alla medesima compagine mafiosa.

Significativa, al riguardo, potrebbe risultare la scarcerazione del capo della famiglia di Villabate del 7 ottobre 2015 seguita da quella di altri 7 importati uomini d’onore delle famiglie di Carini, Misilmeri, Corso dei Mille, Villabate e Acquasanta.

Marco Bua



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