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“Reset 2″: 36 imprenditori si ribellano al racket e gli aguzzini finiscono in carcere

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2 nov 2015 - 07:03

PALERMO – Gli imprenditori si ribellano, dicono “NO” al racket e mandano in carcere gli strozzini.

Duro colpo alla mafia palermitana che ha fatto delle estorsioni uno dei business principali. Questa mattina, infatti, è stato smantellato il gruppo criminale.

I carabinieri del Comando Provinciale di Palermo, nell’ambito dell’operazione “Reset 2″, hanno dato esecuzione a 22 provvedimenti restrittivi nei confronti di altrettanti capi e gregari del mandamento mafioso di Bagheria, ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione, sequestro di persona, danneggiamento a seguito di incendio.

Le indagini, condotte dal Nucleo investigativo di Palermo, con il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia, hanno evidenziato la soffocante pressione estorsiva esercitata da temutissimi capi mafia che, dal 2003 al 2013, si sono succeduti ai vertici del sodalizio mafioso.

Decisive le denunce degli imprenditori. 

Una cinquantina le estorsioni documentate Un duro colpo, dunque, inferto a una cosca agguerrita, mettendo a tappeto boss storici, grazie alla dettagliata ricostruzione fornita dai 36 imprenditori locali che hanno trovato il coraggio, dopo decenni di silenzio, di ribellarsi al giogo del pizzo. Le pressioni, seppure concentrate sul settore dell’edilizio, non risparmiavano nessuna attività economica locale, dai negozi di mobili e di abbigliamento, alle attività all’ingrosso di frutta e di pesce, ai bar, alle sale giochi, ai centri scommesse.

C’è anche la storia di un imprenditore edile che racconta di aver iniziato a mettersi “a posto” già negli anni ’90. L’uomo fa parte dei 36 imprenditori che si sono ribellati. Ma per tanti anni non è riuscito a non pagare, vedendosi addirittura “costretto per dieci anni a versare tre milioni di lire al mese alla famiglia del reggente del mandamento mentre era in carcere, oltre a dover pagare al clan significative percentuali dell’importo degli appalti aggiudicati”.

Da lì l’inizio di un’odissea che ha ridotto sul lastrico la vittima costringendola a cessare l’attività e a vendere anche la propria abitazione per far fronte alle perduranti richieste estorsive. 

“È importante, quando ci si ritrova davanti a una cinquantina di estorsioni e quasi quaranta persone che decidono di collaborare, denunciando o ammettendo l’estorsione subita, mostrare la presenza dello Stato, l’efficienza ed efficacia degli apparati investigativi”. Ha affermato il procuratore di Palermo, Francesco Lo Voi,

E proprio durante le indagini, attraverso alcune conversazioni dei collaboratori di giustizia viene dimostrato ancora una volta come la riscossione del “pizzo”, secondo un consolidato protocollo mafioso di mutua assistenza, sia un imprescindibile strumento per il mantenimento delle famiglie dei carcerati. Ecco alcune intercettazioni:

… c’è stata quella mattinata che ci siamo visti … sono rimasti … duemila e cinquecento euro … da Ficarazzi … gli ha detto: “ZU GI’ … se li metta nella cassa …”.

“Glieli facciamo avere alla moglie di NINO che può darsi..i giorni di quelli che sono … deve andare a colloquio … cose … devono viaggiare … “ … “buono è … buono è” … quello anzi fa: “cinquecento euro mettiteli in tasca tu … “ … dice: “che fai sempre spese” dice: “e duemila euro glieli diamo alla moglie di NINO”. Ho preso questi soldi, me li sono messi in tasca”, da attivare prevalentemente in occasione del Natale e della Pasqua “e per Pasqua c’è stata la stessa cosa … io per qualche quindici giorni ho sentito dire che quella soldi non ne aveva ricevuto … lui doveva portarle duemila cinquecento euro che si è trattenuto … per portarglieli … fino a qualche quindici ..venti giorni dopo io ho saputo che lei soldi non ne aveva ricevuti …”.

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Redazione NewSicilia



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