Ricorrenza

A Randazzo oggi l’anniversario dell’eccidio dei militanti dell’Evis

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17 giu 2015 - 06:00

RANDAZZO - Oggi ricorre il settantesimo anniversario dell’eccidio dei militanti dell’Evis, Esercito volontario indipendentisti siciliani, nel territorio di Randazzo, a “Murazzu ruttu”.
Era la mattina del 17 giugno 1945, sulla strada che da Cesarò porta a Randazzo, un rattoppato motocarro “Guzzi 500 Ercole”, guidato da Giuseppe Amato e con a cassone Antonio Canepa, Carmelo Rosano, Armando Romano, Nino Velis e Giuseppe Lo Giudice, incappò in un posto di blocco organizzato dai carabinieri di Randazzo. L’alt dei carabinieri scatenò un conflitto a fuoco dalle dinamiche poco chiare dove è certo che tre militanti dell’Evis persero la vita senza mai capirne i motivi. 

Giuseppe Firrincieli, autore del libro “Noi Italiani e voi siciliani!”, un thriller storico, racconta i fatti dell’Evis con dovizia di particolari: “…le basi del pensiero separatista di un siciliano anche lui protagonista della storia di quegli anni che scrisse un poemetto dal titolo “La Sicilia ai siciliani” con lo pseudonimo di Mario Turri e diventò un condottiero rivoluzionario e la persona di fiducia degli inglesi. Il libro si trasformò in un viatico piuttosto accattivante e tale da indicare la via da seguire per molti giovani siciliani, studenti e non, che diventarono persino restii e poi ostili alla chiamata alle armi durante il governo fascista e postfascista. Lo scritto venne stampato clandestinamente e fu pubblicato nel 1943 in una serie di opuscoli, che lo stesso autore in seguito collazionò in un saggio. Ogni fascicolo diventò un capitolo dell’opera complessiva che venne ripubblicata nel dicembre del ’44. Nel giro di poco tempo il volumetto si esaurì e nei primi mesi del ’45 venne ristampato in seconda edizione. Solamente in pochi sapevano chi fosse il vero Mario Turri, un professore che insegnava all’Università di Catania ‘Storia e Dottrina del Fascismo’, materia che doveva essere insegnata da un fascista e nel caso invece era insegnata da un eroe del doppio gioco, una primula rossa dei tempi moderni: questo era il professore. Ma non aveva altre scelte, sino a quell’anno. O libero doppiogiochista; o apertamente all’opposizione, ma in carcere…”.

L’editore di quel libretto scrisse: “Fu, in tutta l’Italia, il primo e il più potente grido di rivolta contro il malgoverno fascista. E poiché fu un grido siciliano, la Sicilia lo intese e lo fece suo. Non si oppose agli angloamericani che sbarcarono sulle sue coste, anzi li accolse come liberatori. In tal modo la Sicilia sabotò la guerra voluta da Hitler e da Mussolini. In tal modo la Sicilia diede il colpo di grazia alla tirannide fascista”.

Giuseppe Firrincieli e il libro  Noi Italiani e Voi Siciliani!

Le pagine di Mario Turri furono quaranta come quaranta furono i primi sostenitori del pensiero separatista di Andrea Finocchiaro Aprile, nel luglio del ’43. Un caso? Forse no! Un numero che determinò il punto di forza di una rivoluzione prima culturale e poi armata di ben seicentomila siciliani. Ed il “comandamento riassuntivo” della pagina finale echeggiò così forte nell’Isola che ci fu un momento in cui più della metà dei siciliani furono separatisti. Da un’indagine condotta dal Ministero degli Interni, nel 1944, il Mis contava 480.000 aderenti; la Dc 35.000, il Pci 25.000, i demolaburisti 23.000, i socialisti 7.900 e gli azionisti 3.000.

Mario Turri era dunque lo pseudonimo di Antonio Canepa, un uomo di spiccata intelligenza, capacità organizzativa, un vero trascinatore, ma anche una volpe perché riuscì a non fare mai scoprire né le sue vere ideologie né le sue azioni rivoluzionarie contro il regime fascista. Canepa, figlio di un avvocato e professore universitario di nome Pietro e di Teresa Pecoraro sorella di un ex deputato del partito popolare, era nato a Palermo il 25 ottobre del 1908. A quindici anni, giovane liceale che abitava a Palermo nel quartiere marinaro della Cava, assorbì l’idea dell’antifascismo, tanto da tramutarsi nella voglia di diventare un nemico del fascismo. La sua prima battuta contro il fascismo la formulò l’anno dopo, quando venne assassinato Giacomo Matteotti, commentando quell’eccidio disse: “ Un governo che ricorre a simili mezzi per garantire i suoi poteri, è un governo da lottare e da annientare, costi quel che costi”.

Sin da giovane, assunse la personalità di un vero cospiratore e prese in lui corpo l’idea di diventare il leader della lotta armata separatista, anche se con le sue azioni molto discrete e segrete non lasciò adito agli storici di tracciare una cronaca netta e chiara sul suo percorso di vita. Da sostenitore ufficiale dell’ideale fascista, passò dalla lotta al regime a Catania al Comitato di Liberazione nazionale, andando a combattere al fianco dei partigiani in Toscana per poi tornare in Sicilia, condurre la lotta armata separatista ufficialmente autonoma dal movimento indipendentista e diventare persino il braccio armato avanzato degli inglesi in Sicilia, dal 1942, fino al suo barbaro assassinio. Morì infatti per dissanguamento da ferite da armi da fuoco causato dai carabinieri di Randazzo. L’Eccidio di tre militanti dell’Evis, avvenuto il 17 giugno del 1945, rappresenta la prima strage di Stato del secondo dopoguerra.

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Ma andiamo per ordine: nel 1929, il giovane, quasi alla laurea, prese in affitto a Palermo una casa con un grande orto sul retro, per organizzare un vero e proprio campo di tiro a segno che serviva a fare esercitare lui e altri colleghi universitari. Nel 1930 si laureò in legge discutendo la tesi “Unità e Pluralità degli ordinamenti giuridici” con il massimo dei voti e la lode. Già in quella tesi affiorava un sentimento antifascista, ma nessuno dei professori ci fece caso. Giovane laureato, Antonio Canepa si lasciava affascinare da ideologie libertarie e nello stesso tempo reclamava la somma aspirazione del diritto di un popolo, cioè la giustizia, affermando “sventuratamente, giustizia e politica non nacquero sorelle, anzi è tra loro continuo e insanabile dissidio”. Con tali parole Antonio Canepa sembra pronunziare un vaticinio, una sorta di profezia che si riscontra nella cronaca dei nostri giorni, proprio per la guerra in atto tra potere politico e quello giudiziario, e meno male che i giudici “non corrotti” continuano ad esserci.

A Catania il professore entrò nelle grazie del preside della facoltà di Giurisprudenza, Mario Petroncelli, che era anche ordinario di Diritto ecclesiastico. Il preside ospitò il Canepa nella sua casa di Catania che si trovava nella parte alta di via Etnea e proprio in quell’anno il professore intensificò le sue frequentazioni altolocate, iniziate proprio a casa del Petroncelli, tanto che riuscì ad avvicinarsi all’intelligence inglese con l’aiuto di un giovane di origine anglosassone, nientemeno che Herbert Nelson, visconte di Bridport e duca di Bronte. Proprio nel 1941 Canepa divenne un agente del SIS (Special Intelligence Service), la più estesa organizzazione al mondo di spionaggio segreto, collegata direttamente con il Foreign Office. Nelle fasi propedeutiche all’operazione Husky, il professore ebbe un grande ruolo: agente segreto britannico collegato con la sede segreta italiana del SIS a Roma. Ufficialmente il professore andò a Firenze a combattere da partigiano e pare che addirittura nel mese di agosto del ’44 avesse costituito il Partito dei Lavoratori, ma sicuramente lavorava sempre per il SIS ed era diventato un elemento pericolosissimo per i fascisti, visto che sul suo capo era stata posta una taglia di un milione di lire, una cifra esorbitante per quei tempi.

Per sfuggire alla cattura, il professore pensò chiaramente di ritornare in Sicilia dove il regime fascista era stato annientato e poteva continuare a lottare per la sua terra riassumendo la doppia identità di professore universitario, riguardoso ed insospettabile e di Mario Turri non identificabile e freddo cospiratore. Giunto a Catania il 20 ottobre del 1944, il professore pensò subito di riallacciare i rapporti con i vecchi amici; al ristorante Venezia di via Montesano incontrò Pippo Amato. Era trascorso un anno dal loro ultimo incontro. Amato gli parlò degli esponenti separatisti catanesi e di tutto quello che stava accadendo anche nella Sicilia occidentale ed in particolare a Palermo e in altri vari centri dell’Isola. Il professore gli rispose che era giunto il momento di richiamare i componenti dei vecchi nuclei d’assalto per poter organizzare in tempi brevi un vero e proprio esercito separatista.

Fu così che Pippo Amato pensò di coinvolgere anche uomini dagli ideali separatisti. Il clima degli arruolamenti fu favorevole alla costituzione di un gruppo armato che venne chiamato Evis dallo stesso professore, Esercito Volontario Indipendentista Siciliano. Antonio Canepa era convinto che la Sicilia, rimanendo legata all’Italia, non avrebbe avuto la possibilità di aspirare ad un necessario progresso sociale ed economico e ripeteva sempre: “Se non riusciamo a liberare l’Isola dal gioco politico italiano, la Sicilia non avrà speranza…”. Intanto le proteste si intensificarono e addirittura, il 19 ottobre del ‘44 a Palermo, una manifestazione popolare si trasformò in un vero e proprio scontro tra i manifestanti e i militari del 139° reggimento che, aprendo il fuoco, fecero una strage. Il bilancio fu di 19 morti e 108 feriti.  

La lega separatista organizzò a Catania una manifestazione di protesta contro la chiamata alle armi il 14 dicembre del ‘44. Al grido “Non si parte!”, il corteo si diresse in piazza San Domenico dove, nell’ex convento domenicano, erano allocati gli uffici del Distretto Militare. Un sottufficiale, forse preso dal panico, lanciò una bomba a mano causando la morte di un giovane. Il giorno dopo, a Giarratana, la popolazione attaccò la caserma dei carabinieri. All’inizio del ‘45, le proteste popolari si allargarono a macchia d’olio. Piana degli Albanesi, proprio il primo gennaio, si proclamò Repubblica popolare fino quando intervenne l’Esercito per ripristinare l’ordine governativo cinquanta giorni dopo.

Il 4 gennaio insorse Ragusa esasperata perché si arrestavano senza tregua i giovani renitenti alla Leva militare. Il giorno dopo, a Vittoria, venne organizzata una rivolta popolare. Nei giorni che seguirono si registrarono le medesime rivolte a Scicli, ad Avola dove venne fatto saltare un ponte della ferrovia. A Naro, in provincia di Agrigento, venne data a fuoco la caserma dei Carabinieri e a Palazzolo, in provincia di Siracusa, fecero la stessa fine la Prefettura e l’Ufficio annonario. A Comiso, invece, venne formata un’altra Repubblica popolare. Il governo italiano cercò di usare il pugno di ferro, le ribellioni vennero stroncate anche col sangue e venne ripristinato il coprifuoco. Il giornale del professore pubblicò un articolo scomodo. “Mentre le salme dei nostri martiri sconosciuti assassinati dal piombo italiano giacciono insepolti, alcuni rinnegati siciliani si prodigano per rendere onore agli assassini”.

Dato che l’Amministrazione AMGOT degli Angloamericani aveva consegnato la Sicilia al governo italiano e si era intensificata la lotta repressiva delle Forze dell’ordine contro gli insorti e gli indipendentisti, Antonio Canepa decise di organizzare subito la lotta armata. Con Pippo Amato, il professore decise di dare avvio all’addestramento di giovani separatisti, scelti per fede ed audacia. La preparazione doveva avvenire in montagna ed il primo campo di addestramento venne allestito sulle montagne di Cesarò dove dovevano essere formati reparti d’assalto dell’Esercito Volontario Indipendentista Siciliano. La base, formata da giovani studenti, non conosceva “il professore” né sapeva che Mario Turri era in realtà Antonio Canepa. Egli stesso incontrava gli arruolati a viso coperto e in locali semi bui e poi dava a ognuno un nome di battaglia. Molti ragazzi disoccupati aspiravano ad entrare in quell’esercito perché attratti dalla possibilità di ricevere una paga quotidiana di 100 lire. Le montagne di Messina, di Catania e Siracusa ospitarono i campi dell’Evis e presto diventarono le basi dei guerriglieri. Fino a quando “il professore”, rimase in vita non vi furono mai rapporti con le organizzazioni banditesche e mafiose dell’Isola. Ma chi erano quei ragazzi dell’Evis che nella mattina del 17 giugno incapparono in quel fatale posto di blocco con il loro capo?

Furono siciliani protagonisti di un’idea per la quale erano disposti a morire.
Giuseppe Amato, con il nome di battaglia Joe, era il vicecomandante dell’Evis, amico di vecchia data di Canepa con il quale condivise anche l’esperienza di collaborazione con gli inglesi nel periodo che precedette lo sbarco degli Anglo-americani nell’Isola; nato a Catania il 9 giugno del 1924, da famiglia borghese, aveva da pochi giorni compiuto 21 anni.
Carmelo Rosano era uno studente universitario (frequentava la facoltà di Economia e Commercio) catanese, anche lui considerato uno dei ragazzi più preparati e seri del gruppo di fiducia del comandante dell’Evis e proprio in quel giorno compiva 22 anni. 
Giuseppe Lo Giudice era il più giovane militante, appena diciottenne era ancora uno studente liceale ed era tenuto in grande considerazione dal capo, visto che seppur così giovane era stato chiamato a far parte di quella delicata missione.
Nino Velis, studente e anche lui del ‘24, fu l’unico del gruppo che riuscì a saltare dal furgone, prima della sparatoria e a salvarsi, fuggendo per la campagna.
Armando Romano, anche lui del ‘24, studente, fu fortunato perché, sebbene chiuso in una bara dai carabinieri per essere sepolto qualcuno gli salvò la pelle accorgendosi che era ancora vivo. 

 

Il furgone abbandonato con i feriti dentro fu trovato da una donna che andò di corsa a chiedere aiuto ad un convento vicino. I feriti vennero trasportati all’ospedale di Randazzo dove Canepa e Carmelo Rosano morirono. Romano, visitato dal medico legale prof. Nicoletti, venne dichiarato guaribile in trenta giorni per le ferite riportate, ma i carabinieri, la stessa notte, lo trasportarono assieme agli altri cadaveri al cimitero di Ionia (Riposto). I carabinieri lasciarono le bare con i cadaveri al custode del cimitero e se ne andarono. Il custode per la curiosità di vedere in faccia quei banditi, così come li avevano apostrofati i carabinieri, volle sollevare i coperchi delle bare per guardare in faccia i morti e si accorse che uno di loro respirava ancora: era Romano che si salvò così per puro caso.

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I tre morti furono sepolti dapprima nel cimitero di Giarre dentro la stessa tomba, assieme ad un altro combattente dell’Evis, Francesco Ilardi, che venne ucciso nel bosco di Cesarò cinque giorni dopo, il 22 giugno, nello scontro a fuoco con una banda di delinquenti presenti in quei luoghi. Per la cronaca, Concetto Gallo, il nuovo comandante dell’Evis succeduto al Canepa, aveva ordinato ad una squadra separatista, al seguito di Michele Papa, di allontanare quel gruppo banditesco che spadroneggiava nella zona attigua alla sede di accampamento evista. Gallo aveva dato l’ordine di attaccare quei delinquenti perché taglieggiavano i contadini, estorcendo denaro e beni alimentari in nome degli indipendentisti. Il giovane Francesco Ilardi cadde colpito a morte da un complice di Giovanni Consoli. Sulla lapide vennero apposte le foto e i nomi degli assassinati, accompagnati dalle parole “Caduti per la libertà siciliana”.
Gli indipendentisti che resero loro gli onori cantarono il proprio inno nazionale: «Sicilia svegliati! Troppo è durato il sonno vergognoso e in questo triste sonno tutto ti han tolto, anche l’onore…». Il 16 ottobre del 1955 i martiri dell’Evis trovarono degna sepoltura nel cimitero di Catania, nel viale degli Uomini Illustri.

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Redazione NewSicilia



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