Bufera

Punti nascita, il dirigente Ettore: “No alle polemiche, sì alla sicurezza”

Giuseppe Ettore, direttore UOC Ginecologia Ostetricia del dipartimento Materno Infantile dell'ARNAS Garibaldi Nesima
8 gen 2016 - 06:04

CATANIA - È una vera e propria bufera quella che si è scatenata sulla chiusura dei punti nascita in Sicilia, tanto che anche il ministro Beatrice Lorezin è intervenuto sul caso.

In seguito al riordino stabilito dal decreto legge del 2011, che prevede la chiusura dei centri che registrano meno di 500 parti l’anno, in Sicilia sono finiti nell’occhio del ciclone 10 punti nascita, cinque dei quali hanno ottenuto la deroga. In base alla posizione geografica i centri di Pantelleria, Licata, Bronte, Nicosia e Cefalù avranno ancora 90 giorni di tempo per rendere efficiente il proprio sistema di intervento. Il che significa che dovranno effettuare dei lavori di adeguamento del personale e degli strumenti.

A chiudere i battenti, oltre alla Gibiino di Catania in seguito al caso Nicole, invece, sono stati i punti nascita di Corleone, Mussomeli, Lipari, Santo Stefano e Petralia. Quest’ultimo, per esempio, nel 2015 ha visto solo 97 nascite. Tuttavia, questo non vuol dire abbandonare completamente a sé stessi gli abitanti dei comuni. A spiegare quale sia il compromesso è Giuseppe Ettore, direttore UOC Ginecologia Ostetricia del dipartimento Materno Infantile dell’ARNAS Garibaldi Nesima: “Nonostante la chiusura dobbiamo garantire sicurezza ai pazienti e a chi ha bisogno. Per questo nei centri ospedalieri deve essere presente una figura ostetrica per la prima accoglienza e che disponga il trasferimento nel centro di riferimento qualora ce ne sia bisogno”.

Il termine “sicurezza” è quello principale attorno al quale ruota l’intera polemica e si punta maggiormente: “La chiusura – prosegue Ettore - non deve essere vista come una cosa negativa. In alcune parti, infatti, mancano reparti importanti a garantire interventi di urgenza. Inoltre, dove si assiste a pochi parti, difficilmente si incontrano casi particolari o spinosi. Ma, qualora dovesse capitare, non sempre, purtroppo, gli addetti ai lavori sono pronti ad affrontare la situazione”.

Ogni centro deve essere in grado di avere disponibilità di sangue, un esperto in chirurgia, una sala di terapia intensiva e la possibilità di effettuare esami radiologici di cui si possano avere i risultati in tempi molto brevi. Anche qua, il dirigente del Garibaldi sottolinea come la situazione sia molto deficitaria: “In molti ospedali, ben il 40%, manca un anestetista. Il turno notturno, spesso, viene coperto solo su reperibilità. Inoltre, vorrei evidenziare come in 5 anni, da quando è uscito il decreto, aspettiamo che vengano sbloccati i concorsi per l’adeguamento del personale e delle strutture tecnologiche. Per esempio, in alcuni posti servirebbe che la sala operatoria sia vicino alla sala parto”.

Uno slittamento causato anche dai continui problemi politici, che hanno rallentato il riordino: “Trovo assurdo che ci vogliano 5 anni per sistemare una situazione che ha dei criteri ben precisi per stabilire la chiusura o meno di un punto nascita. La legge parla chiaro e ci sono delle ‘checklist’ per la verifica degli standard per la riorganizzazione. Non si può negare, quindi, che di questa complessa problematica se ne faccia anche una strumentalizzazione politica”.

Gli standard operativi per i punti di primo e secondo livello, non devono essere visti come limitanti o come criterio di penalizzazione. Bensì come elementi per garantire maggior efficienza e sicurezza ai cittadini.

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Andrea Lo Giudice



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