Scandalo

Pubbliservizi: “Mondo di carte prepagate intestate ai dipendenti”

Adolfo Messina
2 ago 2016 - 16:25

CATANIA –  “Esposizione debitoria della Pubbliservizi nei confronti dei fornitori ereditata dalle passate amministrazioni e anomalie contabili nella gestione della piccola cassa e uso illegittimo di contanti”.

Partono da qui le indagini interne effettuate da Adolfo Messina, presidente della Pubbliservizi, che questa mattina ci ha accolto con un corposo fascicolo di rendicontazione delle “pubbliche casse” e una nuova lettera rivolta al procuratore della repubblica di Catania, Carmelo Zuccaro, al sindaco Enzo Bianco, al presidente della Regione Rosario Crocetta e ad altre autorità nazionali e regionali.

La commissione interna, istituita per far luce sul caso, ha evidenziato un debito verso i fornitori, al dicembre 2015, pari a un totale di 3.567.071,28 euro.

La verifica di tale debito ha fatto emergere “su una parte di esso, irregolarità amministrative rispetto alle vigenti disposizioni normative in tema di tracciabilità dei flussi finanziari e affidamenti di servizi, lavori e forniture in violazione del codice degli appalti”.

“Questa quota - continua Messina nella missiva - è stata accertata in circa 2.400.000 euro, di cui circa 1.890.000 euro per fatture prive del codice identificativo di gara, C.I.G. e circa 880.000 euro da imputare a procedure ad evidenza pubblica rispetto alle quali, in fase di esecuzione, sono state apportate varianti che hanno superato il 20% del valore contrattuale ovvero varianti approvate in assenza di documentazione autorizzativa delle necessarie procedure”.

Dalle indagini interne, su cui è intervenuto anche l’avvocato Cristina Sgubin, è emerso che  in azienda “veniva utilizzato denaro per pagamenti contanti ingiustificati per piccola cassa nei confronti di alcuni fornitori, al fine di eludere limiti imposti dalla legge, caricando carte ricaricabili intestate a dipendenti per importi esorbitanti. Questi, tra l’altro, anziché usare la carta per pagare direttamente il fornitore, la usavano per prelevare contante per poi pagare il fornitore stesso”.

Una procedura del tutto “illegittima“, che va contro una gestione dei fondi trasparente e condivisa, ma che è apparsa “consuetudinaria nelle precedenti amministrazioni, che avallavano tutto senza effettuare alcun controllo finanziario-amministrativo”.

Quello che si è presentato dinanzi agli occhi increduli di Messina è un “mondo di carte prepagate intestate ai dipendenti sulle quali l’ente versava, a semplice domanda, il quantum richiesto, molte volte senza alcuna rendicontazione delle spese”.

Un tale sistema, come prassi, farebbe ipotizzare la necessità di creare “provviste di denaro in contanti il cui uso è da accertare nella sua complessità. Non si spiegherebbe altrimenti l’utilizzo continuo delle carte per prelievi bancomat in alternativa al pagamento tramite pos del fornitore”.

Messina sottolinea anche il mancato controllo, riscontro e verifica da parte degli organi competenti, che risulta ancora più grave dal momento in cui si tratta di contanti di pubbliche risorse.

Tale situazione, oltre ad essere illegittima, “fa sorgere il sospetto di appropriazione indebita, ovvero truffa aggravata e dichiarazione fraudolenta allo Stato per gli intestatari della carta e per altri soggetti terzi“.

Nasce spontaneo il dubbio che possa trattarsi di favoreggiamento di fenomeni corruttivi.

Non si spiega l’uso smodato per centinaia di migliaia di euro l’anno della così detta ‘piccola cassa’ se non per favorire fenomeni corruttivi di massa“.

Gravano, pertanto, alla luce di tali riscontri, pesanti responsabilità nei confronti di uno dei dipendenti licenziati, responsabilità di natura “penale, configurando le ipotesi di appropriazione indebita ovvero truffa aggravata e dichiarazione fraudolenta, amministrativo-contabile, procurando alla società un danno di tipo erariale, e disciplinare, violando gli obblighi di condotta sanciti dalla legge e dal codice di comportamento“.

 

Messina alla luce di una vicenda a dir poco complessa e dai molteplici volti conclude: “Abbiamo scelto la strada più scomoda, quella di invertire il corso delle cose, ricercando e denunciando le diffuse illegittimità riscontrate alla Pubbliservizi, le ruberie, gli approfittamenti, le concretizzazioni degli interessi personali e del cerchio magico di quella politica. Noi ci mettiamo la faccia e diciamo basta“.

“Quella politica” a cui il presidente fa riferimento è quella che, a suo dire, ha “malamministrato” l’ente Provincia e le sue partecipate, sin dal 2008.

Certamente Pubbliservizi non può essere stato un caso isolato di bancomat al servizio dei furbi”. Le carte sono ancora tutte da scoprire.

Qualcuno forse non voleva che le mani venissero messe su queste carte, che recano la prova tangibile delle cause che stavano portando la Pubbliservizi al fallimento e 400 famiglie sul lastrico.

Ma il dado è tratto, si va avanti, senza paura, senza pentimenti. L’ingranaggio è ormai partito e il conto alla rovescia è appena iniziato.

 

Daniela Torrisi



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