Tragedia

La polpetta “avvelenata”, una vita spezzata e il macellaio che non fa un giorno di carcere

Sara Di Natale
13 apr 2016 - 12:52

RAGUSA - Il finale è tragico, come nel peggiore dei film drammatici. Ma questa è la realtà, non ci saranno i titoli di coda a riportarci con i piedi per terra.

Sara Di Natale ci ha lasciati, “avvelenata” da una polpetta che l’ha fatta piombare in un “sonno” che l’ha condannata ad una non-vita lunga dieci anni e due mesi.

Nunzio Russo, il macellaio catanese accusato di aver sofisticato la carne con l’aggiunta di solfiti, non ha mai negato la propria responsabilità confessando, sin da subito, di aver aggiunto quella “polverina” nella carne ma senza sapere che fosse vietato. “Pensavo servisse a ritardare il processo di putrefazione”.

Russo, in effetti, non ci è andato tanto lontano: i solfiti infatti, hanno lo scopo di “celare” (ma non di ritardare) i processi di deterioramento delle carni (e di altri alimenti, vini compresi) esaltandone il colore rosso, generalmente considerato una delle caratteristiche che testimoniano la freschezza del prodotto.

E mentre quei solfiti hanno provocato prima lo shock anafilattico, poi il coma vegetativo e tutto il lungo calvario di Sara, il macellaio non ha fatto un giorno di carcere.

Tutto è cominciato il 9 febbraio 2006. Sono passati appena due giorni da quello maledetto in cui Sara ha mangiato la polpetta, sta malissimo.

Il padre, Luciano, denuncia al direttore del Servizio Igiene degli Alimenti dell’Asl che il tritato era stato acquistato dalla coinquilina della figlia, nella macelleria di via Pacini, 90 a Catania. Nello stesso giorno, in quella stessa macelleria, vengono sequestrati 7 Kg. di carne tritata per essere esaminati.

I controlli – effettuati dall’Istituto zooprofilattico sperimentale di Palermo – però, non riscontrano la presenza di solfiti o nitrati.

Luciano non si arrende e appena venti giorni dopo chiede alla procura di procedere ad ulteriori accertamenti prendendo come campione lo stesso tritato che le ragazze avevano utilizzato per la preparazione delle polpette (parte del quale era stato congelato).

Questa volta i sentori di Luciano trovano riscontro. È stata la massiccia presenza di solfiti a provocare l’arresto cardiocircolatorio e respiratorio a Sara.

Ma come mai a Palermo gli esami avevano dato esito negativo?

Il particolare non è sfuggito al Gup che nel dispositivo della sentenza sottolinea l’inadeguatezza del metodo utilizzato per la ricerca delle sostanze incriminate.

In Luciano il dubbio che a Palermo abbiano intenzionalmente voluto nascondere la presenza dei solfiti resterà un pensiero costante giustificato da ragioni di interesse economico e da altri interessi torbidi in ballo.

Russo viene condannato in primo grado a 6 anni di reclusione (perché chiede che venga celebrato il rito abbreviato). Per effetto dell’indulto la pena viene dimezzata a 3 anni e alla reclusione si aggiunge l’interdizione dall’attività di macellaio per 5 anni.

Sono passati 10 anni e Nunzio Russo non ha fatto un giorno di carcere.

Mentre la macchina giudiziaria ha dato l’ennesima prova di lentezza e “goffagine”, Luciano ha combattuto una lunga battaglia per la figlia Sara e per tutte le persone del territorio che vivevano la sua stessa condizione.

Luciano con la sua tenacia ha dato vita alla struttura specializzata di piazza Giambattista Odierna, che accoglie soggetti che vivono lo stesso dramma sanitario e familiare di Sara.

Sara si spegne, ma la sua morte è un sole che irradia di speranza tutti coloro che lottano per sopravvivere e per i loro familiari, stanchi sì, a volte anche scoraggiati, ma innamorati della vita come non mai.  

Marco Bua



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