Indagini

Operazione “Maqueda”: omicidio, estorsione e violenza. Seminavano paura nel quartiere di Ballarò

polizia
23 mag 2016 - 07:14

PALERMO - La Polizia di Stato di Palermo, con l’operazione “Maqueda” ha eseguito 10 fermi disposti dalla Dda della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo nei confronti di altrettanti soggetti accusati di far parte, a vario titolo, di un gruppo che teneva sotto controllo una parte del quartiere Ballarò e responsabile di decine di reati aggravati dal metodo mafioso e dalla discriminazione razziale, vicini alle famiglie mafiose di “Palermo Centro”.

Le indagini della Squadra Mobile diretta da Rodolfo Ruperti ha sgominato un pericoloso gruppo armato (come dimostrano anche i recenti fatti di cronaca) che per lungo tempo si è imposto sul territorio del centro storico di Palermo, terrorizzando i commercianti stranieri.

I reati contestati sono tentato omicidio, estorsione, incendio, rapina, violenza privata e lesioni personali, tutti perpetrati ai danni di commercianti extracomunitari, prevalentemente del Bangladesh, etnia nota per il l’indole pacifica. All’esecuzione hanno partecipato oltre cento uomini, non solo in ragione della pericolosità dei soggetti, ma anche della particolarità del territorio caratterizzato, sotto l’aspetto topografico, da vicoli tortuosi e, per quanto concerne l’aspetto sociale, da un alto numero di pregiudicati.

L’attività svolta degli investigatori della “Sezione Omicidi” della Squadra Mobile di Palermo svela uno spaccato della realtà criminale del centro cittadino molto cruento, fatto di violenza e paura. Le attività illecite del gruppo criminale andavano avanti da almeno quattro anni, ma i cittadini stranieri non avevano mai trovato il coraggio di raccontare i soprusi patiti. 

Gli stessi subivano continuamente rapine e violenze private. Una delle regole principali imposte dal sodalizio era “se vuoi aprire il negozio, senza avere problemi, devi pagare”. Una volta avviata l’attività, i commercianti erano obbligati a versare l’obolo con una cadenza settimanale.

Il gruppo criminale controllava pienamente la zona e fondava il proprio potere sul timore che procurava all’intera comunità di stranieri. Chi non rispettava i malviventi rischiava pesanti ritorsioni, che andavano dalle minacce aggravate, anche dalla disponibilità di numerose armi, a veri e propri pestaggi.

Le indagini della Squadra Mobile hanno avuto un decisivo impulso dal fermo di Emanuele Rubino per il tentato omicidio di  Yusupha Susso.

Tale evento ha provocato una reazione a catena tra i commercianti. Gli stessi, convocati presso gli uffici della Squadra Mobile, dopo i primi tentennamenti dovuti alla paura e al terrore, facendosi forza l’un l’altro, hanno rotto il muro di omertà che andava avanti da anni ed hanno deciso, coraggiosamente, di raccontare la loro “odissea”.

In poco tempo si sono susseguite numerose denunce che hanno messo in luce decine di reati subiti dai cittadini stranieri. Di fatto, i cittadini stranieri del quartiere erano impossibilitati a svolgere liberamente la loro professione ma, anche, a vivere serenamente la loro vita privata, in quanto le minacce erano rivolte, spesso, anche ai loro familiari.

Grazie alle capacità umane e professionali degli investigatori della Squadra Mobile, le vittime di innumerevoli soprusi e umiliazioni hanno raccontato decine di episodi di violenza e di reati subiti. Il gruppo criminale, con tale modus operandi, esercitava un predominio incontrastato nella zona, avendo generato un clima di terrore.

Dai racconti, infatti, delle vittime emerge chiaramente la paura che le portava, addirittura, per evitare di incontrare i criminali appartenenti a questo gruppo o semplicemente per evitare di incrociare i loro sguardi, a mutare radicalmente le proprie abitudini di vita. Il sodalizio di malfattori si è distinto per numerose attività illecite, tra le quali le estorsioni ed i reati predatori, quali rapine, molto frequenti nella zona, in considerazione della significativa presenza di turisti.

Redazione NewSicilia



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