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Omicidio Fragalà, un pentito “spiffera” tutta la verità sulla morte dell’avvocato

Fragalà
15 mar 2017 - 12:44

PALERMO - Le indagini, coordinate dalla Procura distrettuale di Palermo diretta dal dott. Francesco Lo Voi ed eseguite dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Palermo, sono state riaperte grazie a nuove intercettazioni e collaborazioni, culminate nell’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare a carico di 6 persone.

Nei mesi di luglio 2013 e gennaio 2014, all’interno del carcere di Parma, erano stati intercettati due distinti colloqui tra l’allora reggente del mandamento di Porta Nuova, Giuseppe Di Giacomo, e il fratello ergastolano Giovanni. Durante le conversazioni era emerso chiaramente che i due mafiosi erano a conoscenza che gli autori dell’omicidio dell’Avvocato Fragalà erano affiliati al mandamento mafioso di Palermo Porta Nuova e, in particolare, alla famiglia mafiosa di Borgo Vecchio.

Il 27 aprile 2015, Francesco Chiarello, affiliato alla famiglia mafiosa di Borgo Vecchio, manifestò la volontà di collaborare con la giustizia raccontando, al primo interrogatorio, di essere a conoscenza delle modalità esecutive dell’omicidio dell’avvocato e confermando che gli autori dell’agguato erano stati Arcuri, Abbate, Siragusa e Ingrassia.

Il collaboratore aggiunse che all’esecuzione del delitto avevano partecipato altri due soggetti mai emersi nella precedente attività di indagine: Paolo Cocco, genero di Ingrassia e Francesco Castronovo.

Francesco Arcuri in particolare era colui che aveva pianificato la spedizione punitiva, senza parteciparvi di persona; Antonino Abbate aveva partecipato sia alla fase organizzativa che a quella esecutiva con funzioni di individuazione della vittima e di copertura degli aggressori; insieme a Salvatore Ingrassia e Antonino Siragusa; mentre Paolo Cocco e Francesco Castronovo si occuparono della fase esecutiva.

Le accuse di Chiarello nei confronti degli indagati trovarono riscontro in molteplici e significativi riscontri di varia natura. Infatti, lo sviluppo delle attività investigative ha consentito di acquisire indiscutibili fonti di prova.

 

In particolare Paolo Cocco è stato intercettato mentre confessava alla moglie di aver partecipato anch’egli all’omicidio e dopo aver trovato una microspia installata all’interno della sua abitazione, aveva rassicurato Domenico Tantillo, in quel momento rappresentante della famiglia mafiosa di Borgo Vecchio, di non aver mai parlato in casa sua di un omicidio in cui erano coinvolti sia lui che il suocero Ingrassia; Castronovo è stato intercettato mentre, parlando dell’omicidio, riferiva alla cugina che fino a quel momento se l’era “scansata”.

Le indagini hanno fatto emergere, con profili di stringente contemporaneità rispetto all’aggressione, una linea professionale intrapresa con convinzione dal penalista in relazione alla quale i suoi assistiti, soprattutto quelli coinvolti in procedimenti di mafia, erano indirizzati ad assumere un atteggiamento di sostanziale apertura verso la magistratura.

Pertanto il delitto aveva lo scopo agevolare cosa nostra facendo “sparire” l’avvocato Fragalà, e di intimidire l’intera avvocatura palermitana.

Lo stesso Francesco Chiarello ha dichiarato che l’ordine di aggredire l’avvocato era stato impartito perchè “… chistu era ‘un curnutu e sbirru” e “doveva parlare più poco” “non ci toccate se, né soldi e se ha oggetti, perché lui deve capire che non è una rapina, deve capire che deve parlare poco”.

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Redazione NewSicilia



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