Urbanistica

“Non siamo a Gerusalemme est né a Beirut”. Comitato San Berillo contro chiusura del quartiere

San-Berillo-670x502
24 ott 2015 - 06:12

CATANIA - San Berillo è forse il quartiere più martoriato di Catania. Dopo il terremoto del 1693 sarebbe dovuto essere il cuore commerciale della città, sarebbe dovuto diventare il quartiere nobile post ricostruzione settecentesca: sarebbe, ecco.

In realtà sin da subito interessi economici e speculazione dei proprietari, come già denunciato dal barone Bernardo Gentile Cusa nel 1882, erano forse più attenti all’opportunità di sfruttare la maggiore cubatura che non rendere vivibile e appetibile la zona. Le strade che sarebbero dovute essere ampie e luminose, i palazzi nobili ed eleganti, diventarono viuzze e casupole, piccole botteghe e tuguri, un miscuglio intricato di gente povera, poverissima, artigiani, piccoli imprenditori. Il Novecento si apre con la riscoperta dell’archeologia e del passato di Catania: nel 1904, scavi archeologici intensi squarciano gran parte di piazza Stesicoro, in modi che, nel giudizio di Vitaliano Brancati, la faranno somigliare alla tolda di una nave colpita di fianco. Lo scavo, secondo il direttore dei lavori Filadelfo Fichera, rappresenta un primo accenno di programma archeologico, edilizio e sanitario per San Berillo, sempre con l’idea di collegare il quartiere alla stazione. Sono i tempi dello zolfo e Catania è snodo fondamentale delle esportazioni, tanto per mezzo dei treni che per mezzo del nuovo porto: il collegamento risulta sempre più angusto, a misura che cresce la propensione industriale di Catania. Il Grande Albergo, in piazza Cappellini, è l’unico edificio di un certo rilievo: per il resto, San Berillo, nella sua povertà, si rinsalda in un’urbanizzazione caotica e fittissima. È proprio l’impulso commerciale dello zolfo ad indirizzare i notabili catanesi verso l’ipotesi dello sventramento: gli scopi principali sono favorire l’afflusso e il deflusso dalle stazioni, la circolazione di aria e di luce (ma anche di truppe, visto il favore con cui i catanesi vedono le imprese coloniali), abbattere i vicoli infetti (nel 1911 un’epidemia di colera fa molti morti) e sottolineare, isolandoli, la magnificenza di grandi edifici e monumenti.

Ci penseranno i bombardamenti a continuare la distruzione del quartiere e dove non arrivarono le bombe arrivarono le ruspe: negli Anni’50 ha così inizio lo sventramento. Ma non vi fu alcuna “bonifica”, anzi.

Dietro le ampie vie si annodarono viuzze strette e tortuose, continuarono ad operare quegli strati nascosti della società, in una dicotomia ancor più evidente tra miseria e ricchezza.

 San Berillo diventò il quartiere a luci rosse, dove sex worker, vendevano e vendono ancora oggi, il proprio corpo per pochi denari. Negli ultimi anni e mesi abbiamo visto piani di riqualifica, progetti di valorizzazione, volontà di riscatto per portare luce tra quelle vie.

Qualcosa è cambiato: con determina dirigenziale n 577 del 15 settembre 2015 l’assessore Salvatore Di Salvo, “ha comunicato alla Direzione LL.PP. e Protezione Civile la necessità, al fine di tutelare la pubblica incolumità, di intraprendere provvedimenti circa la pericolosità di un tratto di via G. Caramba e di via De Pasquale” ( Determina 577 2015 UTU (1)).  Via Caramba e De Pasquale saranno quindi chiuse. Due vie tipiche del quartiere: perché murarle, chiuderle al transito di pedoni e automobili; sigillate, barrate, a chiunque? Perché, invece, non imporre un piano di messa in sicurezza degli edifici? Perché non iniziare ad attuare i piani e progetti di riqualificazione tanto pubblicizzati?  Perché invece di cambiare il nome alle strade e alle piazze non si lavora per cambiarne il volto? In fondo forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome?

 Una decisione, quella di chiudere così due strade, che ha provocato sdegno e rabbia in chi a San Berillo ci vive e ci lavora e in quel cambiamento ci credeva: “Non siamo a Gerusalemme est né a Beirut, siamo a Catania, l’unica città d’Italia dove si è sperimentata la prima fabbrica del decoro - si legge nel comunicato stampa del Comitato San Berillo -. Negli accessi alle due strade in questione verranno installate reti elettro saldate che occluderanno totalmente l’accesso delle persone. Strana idea di decoro quello di chiudere completamente due vie pubbliche di Catania. In particolare Il Comitato vuole sottolineare che la chiusura delle strade in questione produrrà solo effetti di maggiore degrado, poiché si creeranno vicoli ciechi in aree disabitate, una nuova ‘terra di nessuno’. Dalla nostra esperienza infatti si può notare che lì dove ci sono strade non abitate il grado di sporcizia e incuria aumenta notevolmente. Non solo, ma la chiusura di via De pasquale risponde alle esigenze di chi vuole costruire delle barriere fisiche tra la Via delle Belle (ora Piazzetta Goliarda Sapienza) oggetto di interventi di abbellimento da parte dell’Accademia di Belle Arti e il resto del quartiere, nuove divisioni tra la ‘Catania bene e visibile’ e quella che non si deve vedere. L’intervento su Via Carramba, che rappresenta una testimonianza viva di come era una volta il quartiere, è contrario all’idea di recupero del patrimonio storico architettonico che in questi mesi è stato propagandato dall’amministrazione e dallo stesso assessore Di Salvo. In linea con le precedenti amministrazioni anche questa vuole far diventare San Berillo un corpo estraneo alla città, un bubbone da estirpare e come in passato si preferisce chiudere piuttosto che aprire i suoi spazi. Pertanto il Comitato chiede di bloccare immediatamente l’ordinanza di chiusura delle due vie e propone l’apertura di un tavolo di discussione tra l’assessorato e abitanti e lavoratrici di via Carramba e porre sul tavolo soluzioni alternative alla chiusura delle due strade”.

Commenti

commenti

Viviana Mannoia



© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un Commento