Sanità

Morte Valentina: quando è impossibile invocare l’obiezione di coscienza

medici
22 ott 2016 - 06:25

CATANIA – La morte di Valentina Milluzzo e dei due gemellini che portava in grembo, avvenuta domenica scorsa all’ospedale Cannizzaro, ha riacceso i riflettori sui medici obiettori di coscienza.

Secondo i dati diffusi ad aprile 2016 dal Ministero della Salute, i ginecologi siciliani dichiaratisi obiettori di coscienza sono l’87,60%.

In Italia l’aborto è stato legalizzato nel 1978 a condizione che l’interruzione di gravidanza avvenga entro e non oltre le prime 12 settimane di gestazione. Superato questo periodo, la pratica è autorizzata solo nel caso in cui la vita della madre è a rischio o se si riscontrano gravi problemi sul feto.

Su questo punto, l’articolo 9 della legge 194 relativo all’impossibilità dell’appello all’obiezione di coscienza da parte di un medico è molto chiaro: “L’obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario, ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo”.

Secondo le prime parziali ricostruzioni, Valentina sarebbe morta per uno choc settico. Il medico che l’aveva in cura, come affermato dai vertici dell’ospedale Cannizzaro, non è obiettore di coscienza, al contrario di quanto era stato inizialmente detto. Se in questa circostanza non è intervenuto, aggiungono, è perché non vi era alcuna interruzione volontaria di gravidanza, ma era in atto un aborto spontaneo.

Le indagini sulla morte di Valentina serviranno a chiarire tutti i dubbi legati al suo decesso. Ma il dibattito sull’obiezione di coscienza resta aperto.

Aurora Circià



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