Processo

Mafia, Lombardo replica alle accuse del boss di Ramacca: “Sono infondate”

Presa da: www.giornalettismo.com
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19 apr 2016 - 18:29

CATANIA - “Io vedevo papà e mamma passare al distributore poi lui (Raffaele Lombardo) ha chiesto di incontrarmi. Si dovevano eleggere componenti per il comitato gestione e lui si interessava di un candidato. Ci incontravamo al distributore, quello sulla Catania-Gela, dove lasciava alcuni documenti per mio cugino Paolo Furnari. Gli veniva comodo”.

A parlare è Rosario Di Dio, personaggio affiliato al clan Santapaola e boss di Ramacca al momento detenuto nel carcere di Novara per associazione mafiosa ed estorsione, durante una videoconferenza in cui ha risposto alle domande del pm Agata Santonocito.

Si è tenuto oggi, nell’aula bunker di Bicocca a Catania, l’udienza del processo d’appello che vede imputato l’ex presidente della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo, accusato di concorso esterno e già condannato in primo grado.

Durante l’udienza, Di Dio ha confermato e ricostruito quanto detto e messo a verbale. Le sue pesanti testimonianze infatti, dovranno essere soggette ad un accurato approfondimento da parte sia dell’accusa che della difesa.

“Nel 2004 c’erano le provinciali e mi lasciavano i fac simili suo fratello e altri che cercavano i voti…” - ha affermato Di Dio -. “Nel 2006 mi è venuto a cercare. Una sera è venuto a casa mia, lui e il fratello (Angelo Lombardo) senza preavviso. Dovevo prendere appuntamento con Angelo Santapaola. Lo puoi rintracciare? Per le votazioni?, mi chiesero. Bisognava gestire le votazioni in modo diverso e concordare vari discorsi”.

“I Lombardo rimasero un quarto d’ora o 20 minuti in casa – ricorda Di Dio – e io li feci incontrare. Angelo Santapaola andava un giorno sì e uno no a Palagonia per le corse dei cavalli. Santapaola incontrò prima Raffaele e poi Angelo, 2 giorni dopo che me lo chiesero. E li incontrò nel distributore di Belpasso, nell’area servizio dietro il bar. C’ero anche io. Si sono salutati e già si conoscevano”.

“E Lombardo disse a Santapaola: ‘Parla con Angelo per il punto di vista economico’. Era per le elezioni Regionali… Poi Angelo Santapaola ha incontrato Angelo Lombardo, ma io non c’ero. Sempre al distributore di Belpasso. Si parlava di contributo elettorale e di posti di lavoro. Dopo qualche tempo, Santapaola mi disse: ‘Dillo al presidente che io ancora lo sto aspettando’. Ma poi che ‘il discorso era tutto a posto’”.

Di Dio ha, inoltre, raccontato “ho rischiato la galera per andare all’incontro e la vita. Ero il garante del patto. Avevo sorveglianza speciale e libertà vigilata. Nel 2008 non ho cercato voti per Lombardo perché ero risentito per non avermi preso appuntamento al Consorzio di bonifica“.

“Ero ad una cena in un ristorante di fronte al cimitero di Ramacca, quando arrivò Gaetano D’Aquino con altre persone di Catania e mi disse che di rimanere perché c’era una cena per Lombardo. Abbiamo parlato di lui, ma non di voti: io non ero invitato. È il politico che va a cercare il mafioso – ribadisce Di Dio – per i voti che è ignorante…”.

Rosario Di Dio, comunque, non era un volto nuovo all’interno del mondo politico. Fu infatti consigliere comunale, assessore, sindaco, vicesindaco di Castel di Iudica fino al 1992, quando venne arrestato per la prima volta.

Dopo la testimonianza di Di Dio con le relative pesanti accuse dirette a Raffaele Lombardo, è toccato proprio all’ex presidente della Regione Siciliana difendersi tramite il suo avvocato difensore che ha dato inizio al contro esame.

“Non c’è una distanza temporale – ha detto Lombardo – in cui si può mettere in discussione la memoria di una persona. C’è semmai una versione profondamente mutata che può servire a decifrare la personalità del testimone da un giorno all’altro o quasi”.

“Io al distributore di Anania (Belpasso) non ho mai messo piede – ha sottolineato Lombardo – e se ci sono passato ci sono passato solo ad alta velocità. Non ho mai avuto nessun tipo di incontro, sono accuse infondate”.

A fine udienza, è l’avvocato difensore di Lombardo, Filippo Dinacci a commentare la vicenda: “Non è emerso altro che l’inutilità di questo processo che è un processo fondato su chiacchiere che non trovano alcun riscontro. È chiaro che non si possono condannare le persone sulle chiacchiere…”.

Carlo Marino



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