Denuncia

Libera Impresa: “Lo Stato non aiuta le famiglie vittime di usura”

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1 set 2015 - 06:04

CATANIA - L’usura è una realtà, una piaga sociale, che sempre più spesso attanaglia le vite di commercianti e privati cittadini. Tale realtà diventa sempre più drammatica quando, come denuncia Libera Impresa per bocca del presidente Rosario Cunsolo, “lo Stato non aiuta le famiglie vittime di usura: ad essere tutelati sono soltanto i possessori di partita IVA, quindi, nella maggior parte dei casi, i titolari di azienda. Sembra quasi che ci siano delle denunce di serie A e delle denunce di serie B o addirittura C“.

Diverse le vicende, le storie e i casi seguiti direttamente da Libera Impresa che hanno portato al concepimento di questa convinzione: dai lunghissimi tempi di attesa necessari affinché il denunciante possa ottenere eventuali risarcimenti, alle modalità di intervento delle istituzioni, dai costi necessari per istruire delle pratiche risarcitorie alla mancanza di sovvenzionamenti da elargire ai professionisti che si fanno carico in seno alle associazioni antiracket dell’oneroso compito di assistere le vittime dell’usura. “In certi momenti viene proprio voglia di gettare la spugna – afferma ancora Rosario Cunsolo – poi però prevale la voglia di non darla vinta all’illegalità. Molti sono i casi in cui lo sconforto avrebbe potuto prendere il sopravvento. Subito Libera Impresa, associazione nata nel marzo del 2013, si è trovata a far fronte alla vicenda di un negoziante la cui denuncia ha consentito di sequestrare all’usuraio beni per circa 2 milioni di euro. Al momento in cui la vittima di racket ha chiesto di inoltrare la domanda risarcitoria si è rivelato necessario sborsare circa 6 mila euro per le spese finalizzate all’istruzione della pratica. In altri casi, penso ad esempio ad un imprenditore che è diventato testimone di giustizia, lo Stato riserva al denunciante la possibilità di avere una vita dignitosa (assegno da circa 2000 euro mensili, utenze, tasse, affitto e visite mediche già pagate), ma uno scarso controllo sui beni lasciati incustoditi. Nello specifico le rimanenze di magazzino di questo denunciante, lo stesso che ha consentito alle forze dell’ordine di indagare sugli esponenti di tre diversi clan mafiosi, sono stati soggetti a furto, ma il legittimo proprietario non è stato avvisato che a distanza di una settimana dall’accaduto. Quanto successo e quanto quotidianamente succede, non è da ritenersi colpa delle istituzioni (magistratura, forze dell’ordine, ecc.) bensì dello Stato che non fornisce una legislazione adeguata alle circostanze“.

Ciò che comunque sembra indignare Libera Impresa è soprattutto il sottile meccanismo che, grazie anche alla mancanza di un’adeguata legislazione in materia, consente al racket dell’usura di mietere sempre più vittime tra le famiglie: “La legge 108 corre in aiuto soltanto dei possessori di P.IVA. La restante parte della cittadinanza, se impigliata nella rete dell’usura, non è soggetta ad alcuna tutela da parte dello Stato: per questo motivo i clan mafiosi puntano sempre più decisamente verso le famiglie in difficoltà. Dal canto loro i malcapitati si trovano spesso nell’impossibilità di reperire aiuti provenienti da altre fonti e, pur consapevoli di sobbarcarsi degli interessi pari al 10% mensile sulla cifra avuta in prestito, accettano l’accordo. Gli usurai, dal canto loro, sanno benissimo che difficilmente, a queste condizioni soprattutto, potranno essere denunciati“.

Particolarmente toccante in tal senso è la testimonianza di una famiglia, costretta a ricorrere all’aiuto, se così si può chiamare, di un usuraio per far fronte ad un caso di grave malattia in famiglia: “Tutto andava bene, eravamo stimati da tutti fino a quando il male, un male rognoso, si abbatteva su nostro figlio; un tumore al cervelletto. Abbiamo dovuto trasferirci in un ospedale rinomato, abbiamo lasciato tutto senza pensarci un istante; il lavoro, la casa, le nostre cose. Mio figlio dopo tante operazioni sembrava prendere una strada, quella della guarigione; ci ha dato il coraggio di ricominciare ad affrontare di nuovo la vita. Tornammo a casa, dove abbiamo dovuto fare i conti con la realtà, pagamenti arretrati come il mutuo della nostra casa, le banche che analizzando le mie pregresse sventure non mi hanno aiutato, la mia famiglia di origine che non mi ha potuto dare una mano perché versava in difficoltà economiche. Si presentò alla mia porta un amico, un conoscente che mi disse “ti aiuto io, so che potrai tornarmi indietro i soldi che ti presterò, perciò lo farò volentieri”. In quel momento vidi davanti a me il mio salvatore, la persona che mi avrebbe aiutato a riprendermi la mia vita. Ovviamente in quel momento avrei firmato qualsiasi cosa pur di ottenere quel prestito che mi avrebbe permesso di andare avanti. In quel momento invece senza saperlo firmai la mia condanna, i tassi di interessi salivano a seconda delle mie difficoltà per potergli restituire il denaro prestato, sono arrivato a pagare rate mensili di soli interessi pari a tre mila euro“.

L’uscita dal tunnel in cui la famiglia si era addentrata è stata possibile grazie all’associazionismo antiracket: l’accidentato percorso da affrontare però sarebbe stato reso più agevole dall’assidua presenza dello Stato.

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Valentina Idonea



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