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“L’Italia non è pronta per l’eutanasia. Ecco perché”: riflessione sulla ‘buona morte’

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10 mar 2017 - 06:38

CATANIA - “Cara Italia, oggi le scrivo perché mi sembra importante affrontare un tema che lei sottovaluta, forse, più del dovuto. Sì, in questo anno c’era altro a cui pensare, come le riforme costituzionali e come poter andare avanti in Parlamento nonostante le solite diatribe tra partiti che, ormai, non si capisce più se quelli di destra siano di sinistra e viceversa. Ma non è per questo che io, Italia, le scrivo oggi. Voglio parlarle da cittadino e non da chi si sente le mani legate anche se l’argomento non gli riguarda. È necessario parlare di eutanasia, quel modo di scegliere se farla finita, se porre fine alla nostra vita. Le parla qualcuno che non conosceva niente di questo argomento fino a quando, in questo istante, non le sto scrivendo queste parole: e anche se verrà cestinata questa lettera, la prego soltanto di darle un’occhiata e, se la incuriosisce, che vada fino in fondo. È interessante ciò che ho da spiegarle, Italia, perché non tutti sanno cos’è l’eutanasia. Vorrei dirle ciò che ho capito io e dove, secondo il mio modestissimo parere, lei sta sbagliando”.

Si è presentato così il nostro autore anonimo che ha voluto parlare dell’eutanasia, un tema più che attuale, oggetto di discussione anche in Parlamento, o meglio, doveva esserlo: si parlava di legge sull’eutanasia un anno fa, a febbraio. Oggi, 10 marzo, la proposta di legge è ancora da votare e, se non dovessero esserci intoppi, lunedì 13 sarà il giorno giusto. Il nostro lettore ha voluto approfondire parecchio il tema dell’eutanasia dato il recente avvenimento in Svizzera che ha visto la scomparsa del Dj Fabo, sostenuto dalla fidanzata Valeria e accompagnato da Marco Cappato, radicale. 

Una lettera intensa che abbiamo il piacere di proporvi e analizzare, passo dopo passo. Prima di leggerla, però, distinguiamo i vari tipi di eutanasia, ovvero quella attiva e quella passiva: nel primo caso si determina, o accelera, la morte mediante il diretto intervento del medico, utilizzando farmaci letali. Nella seconda ipotesi si indica la morte del malato determinata dalla sospensione dei farmaci, o dall’astensione del medico dal compiere degli interventi che potrebbero prolungare la vita stessa. 

“Italia, le giro la definizione di Wikipedia in merito all’eutanasia: non saprei come spiegarla a parole mie, non sono un letterato. ‘L’eutanasia, letteralmente buona morte, è il procurare intenzionalmente e nel suo interesse la morte di un individuo la cui qualità della vita sia permanentemente compromessa da una malattia, menomazione o condizione psichica’. Come la interpreto? Io lo definirei suicidio clinico. E allora lei penserà che io stia dalla sua parte, nel silenzio indifferente e diffidente dal cambiamento. Invece no, Italia, in questo caso il suicidio è la possibilità di scegliere di vivere chissà dove ma in una condizione nettamente migliore. Il buddismo insegna la reincarnazione, Dio ci ha creati e ci ha dato la libertà di fare ciò che vogliamo della nostra vita, e se davvero egli esiste, non è inferiore ad uno stato. Non che questo si debba sottomettere alla religione, bensì che debba rivalutare il concetto di libertà, che è diverso dalla democrazia. Questa definizione io non la capivo, Italia, mi sono confrontato con i miei amici, grandi e pari età mia, e tutti invece ne erano al corrente. Colpa mia, faccio il disinformato. Ho seguito da lontano la vicenda legata al Dj Fabo e mi chiedevo: ‘Perché vuole morire? Si sta dimenando in maniera assurda pur di non vivere più, vedremo come andrà a finire’. Fabo è morto alle 11,40 del 27 febbraio in una clinica svizzera. In un paese non suo. Allora, Italia, io ho fatto delle ricerche e sì, suicidio clinico è la parola più adatta per spiegarmi questo fenomeno”.

“Incuriosito da questa storia, ho guardato un servizio delle Iene, su Italia 1, con Giulio Golia andato di persona da Fabo. Ho pianto, vedendo una persona sofferente che voleva smetterla di stare male. Fabo era cieco e paraplegico, poteva muovere soltanto i muscoli della bocca e con molta fatica. Ma questo il presidente Mattarella lo sapeva, vero Italia? Devo dire che la sua risposta è stata fin troppo lunga, poteva spendere un po’ più di parole (ironizza, ndr). Il dj è andato via, assistito da Cappato, uomo coraggioso in grado di autodenunciarsi per un diritto che in Italia non sarebbe male avere. Chi è gravemente malato come Fabo non meriterebbe la morte, ma forse è l’unica strada percorribile. E in altri paesi europei lo hanno capito: mi sono documentato, Italia, e la Svizzera è uno dei paesi che permette di ‘uccidersi legalmente’ anche a cittadini stranieri. È legale in Olanda, Belgio, Lussemburgo, Cina, Colombia e alcuni stati d’America. Poi ci sono i casi di eutanasia passiva e accesso al trattamento, ma quella è un’altra storia. Perché lei, Italia, non ha una legge e nulla di tutto questo?”.

L’autore della lettera, siciliano, ha parlato anche di Pietro Crisafulli, presidente di Sicilia Risvegli Onlus, che ha vissuto questa situazione con il fratello Salvatore: “Di fronte alla vicenda di DJ Fabo conclusasi ieri con la sua morte in una clinica Svizzera posso provare rispetto ma anche dolore. La sua morte è avvenuta nello stesso momento in cui spedivo il film ‘La voce negli occhi’ al Festival di Cannes. Anche mio fratello Salvatore ad un certo punto, preso dalla disperazione, aveva deciso di porre fine alle proprie sofferenze in una clinica in Belgio; poi però cambiò idea e di questo gliene sarò eternamente grato, perché ogni istante trascorso accanto a lui per me e per tutta la nostra famiglia è stato un dono” dice Crisafulli.

“Italia, le senti queste parole? – continua il nostro lettore anonimo -. Qui si parla di 3000/3500 pazienti in stato vegetativo e in stato di minima coscienza, con percentuale di diagnosi errata che si aggira intorno al 60%. I casi di pazienti affetti da locked-in sono 1 su 100 mila abitanti. Molti sono coloro che vengono considerati in coma, in stato vegetativo o in minima coscienza per una diagnosi non corretta. Ebbene, a fronte di questi dati drammatici perché reali lei, Italia, cosa ha fatto? Forse non si è ancora pronti, dati tutti questi scandali che coinvolgono il mondo della Sanità. Sì, Italia, lei forse dovrebbe crescere ancora un po’. Crisafulli dice delle cose importantissime, ovvero che la morte non piace a nessuno ma senza il supporto delle istituzioni è l’unica strada per sentirsi liberi e vivi, di nuovo. Ecco perché le ripeto, Italia, rivaluti il suo concetto di libertà nel paese. Non arresti Cappato per aver aiutato una persona ad essere felice soltanto per il rimorso di non averlo aiutato lei quel povero ragazzo. La legge a volte non c’entra nulla, quando si parla di umanità, mia cara Italia. Tutto questo ambaradan nel paese in cui vivo si chiama con un solo nome: omicidio volontario. Chi accompagna il malato a morire, è accusato di istigazione al suicidio”.

“Come diceva mio fratello Salvatore ‘le lotte devono essere condotte per invocare la vita e non per sentenziare la morte, ma per potenziare e sensibilizzare la sanità e la ricerca scientifica, per rendere sopportabile la sofferenza, anche quella terminale, non per giustificare il macabro inganno in una morte dolce, dietro a cui si nasconde solo cinismo e utilitarismo’. Ma è evidente che tutto ciò non interessa a questa classe politica che ci governa. Per questo ho deciso di mollare tutto dopo lunghi anni di battaglia, ed in cui sono rimasto senza lavoro e senza famiglia” conclude Pietro Crisafulli, che porterà alto il nome di suo fratello al Festival di Cannes, dove verrà presentato il film “La voce negli occhi“, tratto proprio dalla storia di Salvatore.

Una scena del servizio sulle Iene su Salvatore Crisafulli

Una scena del servizio delle Iene su Salvatore Crisafulli

Ciò che ha passato Salvatore è commovente e il fratello Pietro ha ragione: “I malati dovrebbero essere aiutati quando sono ancora in vita. E vi assicuro che la stragrande maggioranza vuole vivere così come lo voleva mio fratello Salvatore, ma questo non fa notizia come la morte scrive.

Chiudiamo con il finale della lettera del nostro autore, che ringraziamo: “Io ho tanto da imparare dalla vita, Italia, e sicuramente so un quarto di ciò che l’eutanasia rappresenta ma una cosa l’ho capita: d’istigazione al suicidio non può essere accusato chi accompagna il malato. Si accusi lei, Italia, e si ammanetti. Poi si ammali, perda la vista e le funzioni di movimento come le ha perse il Dj Fabo, si bendi per una settimana, si leghi ad una sedia. È vita quella che non può essere più vissuta? Mi creda, probabilmente lei vorrebbe farla finita dopo un giorno. Chiederà di morire ma non lo potrà fare: faccia 2+2, poi si risponda”.

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Gabriele Paratore



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