La storia

“Lui è in coma ma io spero ancora di sentirlo cantare al citofono”. Le parole di un amico di Yusupha

sangue
5 apr 2016 - 10:38

PALERMO - Quegli spari risuonano ancora nella mente dei suoi amici. Quattro colpi di pistola per non essere fuggito ma aver affermato la propria dignità agli occhi del branco… quel branco di Ballarò che senza timore voleva ucciderlo. E oggi Yusupha Susso, 21 anni del Gambia, si trova in ospedale, in coma farmacologico. Il proiettile è entrato e uscito dalla testa senza ucciderlo.

Una storia di aggressione, una storia di violenza, una storia che deve far riflettere.

“Il mio amico è una persona eccezionale. Forse sarò di parte ma desidero raccontarvi chi è Yusupha”. A scrivere è Sergio Petrona Baviera. Lui conosce Susso e sceglie di non trattenere le parole questa volta, proprio in segno dell’amicizia che li lega.

“Il mio amico è nato in Gambia ed è arrivato in Italia con enorme coraggio, dopo aver attraversato l’Africa del nord e aver lavorato per un po’ di tempo anche in Libia. Nella sua vita è già stato muratore, minatore, cuoco, falegname. E cantante. Sì, è un grandissimo cantante: un jali, un cantante nomade e ha una cultura eccezionale. La sua famiglia gira per l’Africa occidentale suonando la kora e cantando. Questo ragazzo conosce tutti i canti tradizionali della lingua mandinka e della lingua bambara”.

Sergio scrive, scrive e ancora scrive… dopo aver appreso la notizia che proprio “il suo amico” è su un letto di ospedale.

“Quando ci siamo conosciuti mi ha detto di essere felice qui in Italia, dove finalmente ha potuto continuare a studiare (ha frequentato l’alberghiero). Lui ama studiare. Nonostante lavori già con il tribunale come mediatore per le lingue che parla, sono già cinque, ne vuole imparare di altre. Tutte le volte che siamo insieme studiamo. E lui è instancabile. Noi parliamo di tutto: dell’Africa, dice che mi porterà in Gambia oppure parliamo di musica e mi racconta di Toumani Diabate, che forse è suo parente o forse no”.

“E mentre io sono qui che scrivo, il mio amico è in coma. Gli hanno sparato alla testa. Ma ogni volta che suona il citofono spero di sentirlo cantare. Perché lui canta anche al citofono. Io gli apro la porta, poi studiamo e parliamo. Ed è bello stare in Italia perché qui si studia e non si spara…”.

E mentre Sergio di parole dolci per il suo amico ne ha tante, davanti a tale gratuita violenza non ce n’è neanche una se non “vergogna”.

Giorgia Mosca



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