Memoria

I 25 anni della strage di Capaci. Straziante ricordo di Giovanni Falcone

Giovannifalcone
21 mag 2017 - 17:04

PALERMO - Eccezionale il commento del magistrato Ayala sui 25 ani della strage di Capaci, pubblicato sul quotidiano “La Sicilia” di oggi, nel quale ripercorre la sua vita lavorativa, intrisa di forte amicizia, con il giudice Giovanni Falcone. I ricordi di Giuseppe Ayala dimostrano ancora una vitalità indelebile e nello stesso tempo protesa ad una lucida analisi dei fatti e misfatti che hanno condizionato la vita e la morte del magistrato ucciso.

Dice Ayala: “… Riaffiorano puntuali i ricordi, ma non sono sempre più quelli legati ai sentimenti, alle fragilità, alle delusioni e all’incredibile tenerezza del fratello maggiore che un figlio unico si e trovato accanto per dieci irripetibili anni. A partire da quel maledetto 23 maggio Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo appartengono a un bene collettivo: la memoria e, cioè, a un monolite imponente che racchiude l’eredità. Perderla equivale a dilapidare un patrimonio di valori e di esempi…”.

Ma chi è stato Giovanni Falcone? Un cocciuto siciliano che si era messo in testa di cambiare in bene la propria terra, mettendo in uso tutto ciò che vi era di più utile per farlo e, assieme al collega Borsellino, andare persino controcorrente, contro colleghi e politici che li hanno ostacolati fino alla fine. E quando parliamo di lucida analisi dei fatti che hanno portato alla “bomba di Capaci” è d’obbligo evidenziare che la caparbietà di Falcone nel combattere la mafia non venne ostacolata solo dalla criminalità organizzata, ma anche da uomini delle Istituzioni come aggiunge ancora Giuseppe Ayala: “Un campionario di umana miseria che non merita un rigo in più. Lo merita il ruolo delle menti raffinatissime e dei centri occulti di potere, citati proprio da Falcone all’indomani del fallito attentato dell’Addaura del 1989. Sono convinto, e non sono il solo che quel ruolo ha anche a che vedere con le stragi di Capaci e vie D’ Amelio”.

Forse sarebbe meglio definirle “due stragi di Stato”, visto che a 25 anni di distanza i dubbi sulla ricerca dei mandanti, veri o collusi come dir si voglia, superano di gran lunga le certezze ed invece dobbiamo sopportare le “minchiate” sparate fino ad ora. Non possiamo ancora continuare a pensare che “uomini potenti di Stato” non abbiano supportato la delinquenza organizzata, tanto da oscurare del tutto i reali colpevoli ed altresì garantire la Sicilia intera alla permanenza nel baratro, con l’epiteto di “malfamata”, ma, lasciatecelo dire “assetata di verità vera!”.

Giuseppe Firrincieli

Commenti

commenti

Redazione NewSicilia



© RIPRODUZIONE RISERVATA