Manifestazione

Giornata in memoria delle vittime della mafia, corteo oggi a Catania: intervista a Luigi Montana

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24 mar 2017 - 06:47

CATANIA - Dopo il corteo a Trapani di giorno 21 scorso, come già vi avevamo anticipato, vi presentiamo quello di oggi che si terrà a Catania.

I manifestanti partiranno dall’ingresso della Villa Bellini che dà su via Etnea, quindi scenderanno verso piazza Università, imboccando poi via Vittorio Emanuele (senza passare da piazza Duomo, per motivi di sicurezza infatti la DIgos pochi giorni fa ha cambiato percorso) e prenderanno successivamente via Quartarone per arrivare a piazza Dante, dove verranno letti i nomi delle vittime della mafia.

Cerchiamo di comprendere i motivi di questo “secondo” corteo, intervistando Luigi Montana, referente Giovani Liberi Catania.

Abbiamo scelto anche una data a Catania per poter permettere a tutti di partecipare, pure a chi, per esempio, non può permettersi i soldi del bus o dell’alloggio a Trapani. Il nome dell’iniziativa sarà Luoghi di speranza e testimoni di bellezza”. Luoghi di speranza sono quelli in cui la mafia ha sempre avuto il dominio e da cui dobbiamo ripartire, testimoni di bellezza perché quest’anno abbiamo deciso di raccontare non la morte di questi uomini ma la loro vita. Non solo quella lavorativa, e quindi i motivi delle loro morti, ma anche quella personale. Le vittime non sono morte invano, sono germogli di speranza“.

C’è qualche esperienza particolare che le è rimasta a cuore e che vuole raccontare?

Le belle esperienze di libera sicuramente sono state le varie iniziative a San Berillo, quartiere che costituisce una periferia non geografica ma morale, San Giovanni Galermo con le madri del quartiere, e i dopo scuola con orti sociali a Librino e anche a San Giovanni Galermo. Personalmente poi - continua Montana - l’attività che facciamo come presidio è il dopo scuola, bella perché lì vedi persone che come unica possibilità vedono la malavita, col carcere che fa quasi da curriculum. Un esempio è San Berillo, quartiere dimenticato, o che non si vuole ricordare, emblema di grandi deportazioni, speculazione edilizia e ghettizzazione. Cerchiamo quindi di abbattere questo muro morale“.

L’ultima esperienza fatta, per esempio – continua Montana – è stata una cena sociale a tema anni ’50, diversi ragazzi hanno partecipato… c’è stato poi però un imprevisto, i genitori li hanno portati via vedendo dei senegalesi giocare a calcio. I genitori hanno prima voluto parlare con noi, chiedendoci perché avessimo scelto San Berillo, definendolo pericoloso a causa della presenza di gente di colore ubriaca. Abbiamo risposto che San Berillo fa parte della nostra città e non va ignorato, sarà anche pericoloso ma proprio per questo dobbiamo riappropriarcene. Venendo a prendere i figli hanno dato un segnale classista e razzista, da 70-80 che eravamo siamo rimasti in 40“.

Come si abbattono gli stereotipi?

Sono sicuramente difficili da combattere, noi lo facciamo con questa attività, diventando amici con tutti i ragazzi e le ragazze del quartiere. Noi viviamo il quartiere.

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Omar Qasem



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