Intervista

Aggressioni al Vittorio Emanuele, arginare il problema alla base: “Esami già allo smistamento”

vittorio emanuele
5 mag 2017 - 06:30

CATANIA - Entrano al pronto soccorso e pretendono che le loro richieste più disparate vengano accontentate, ma, soprattutto, sono pronti ad usare violenza. Si tratta dei pazienti che, insieme con i loro accompagnatori, quotidianamente fanno riferimento all’ospedale Vittorio Emanuele di Catania. Analizzando la moviola di questi spiacevoli episodi, ultima l’aggressione della sera del 30 aprile, la trama pare sempre la stessa: lo scontro verbale fa da preludio a quello fisico, da cui, sempre più spesso, scaturiscono calci e pugni contro i dottori e il personale ospedaliero, senza distinzione tra uomini e donne.

È un allarme da bollino rosso, proprio come il famoso codice che viene assegnato al ‘triage’, che torna a riaccendersi nel settore dell’assistenza sanitaria etnea.

Da qualche tempo, infatti, ansia e nervosismo dominano nel reparto del nosocomio che si trova in via Plebiscito. Problemi di sicurezza interna, falle nel sistema ospedaliero e funzionamento della struttura: sarebbero queste le cause principali che hanno contribuito al verificarsi di questi deprecabili accadimenti.

A fare il punto riguardo alla situazione, è il primario del reparto di Medicina e Chirurgia d’Accettazione e d’Urgenza del Policlinico Vittorio Emanuele, il dottor Giuseppe Carpinteri, che ci ha spiegato il grande lavoro portato avanti, nonostante le enormi difficoltà, dalla struttura che dirige.

“Il pronto soccorso dell’ospedale Vittorio Emanuele, accoglie, ogni anno, circa 60 mila persone e ce la mettiamo davvero tutta per dare una risposta adeguata ai pazienti - afferma Carpinteri -. È ovvio che quando un collega viene aggredito o si crea una situazione spiacevole, riflettiamo su quali siano le migliorie da apportare al servizio che offriamo ma, a parer mio, c’è da sottolineare un aspetto fondamentale - spiega Carpinteri -. Ad oggi è aumentata la ‘sensibilità sanitaria’, ciò significa che su una scala di quattro colori (bianco, verde, giallo e rosso in ordine crescente per tipo di gravità), sono lievitati i codici gialli che rappresentano oltre il 30% della casistica giornaliera – aggiunge -. Occuparsi al meglio di tutti fa perdere tempo: ecco perché si creano le code”.

Si parla di tempi di attesa, quindi, che secondo Carpinteri “Sono molto simili a quelli del resto d’Italia”.

“Negli ultimi anni è stato introdotto il concetto di ‘fragilità’: per esempio è meglio non far aspettare un uomo di 90 anni, sebbene non manifesti sintomatologie troppo gravi, oppure una donna che ha subito violenze, anche se non è in pericolo di vita o ancora un paziente violento, fisicamente in salute, che potrebbe mettere a rischio l’incolumità degli altri pazienti in attesa - dice Carpinteri -. Quindi, ormai, circa 1/3 dei pazienti è identificato come codice giallo – asserisce Carpinteri -. Nonostante questi numeri circa il 75% degli avventori viene visitato entro un’ora, il 10% attende un’ora o un’ora e mezza mentre solo il 13-14% attende oltre l’ora e mezza”.

Ma oltre ai dati c’è anche la voglia di trovare una soluzione e fare sempre meglio.

“Dopo quanto accaduto a gennaio, con l’aggressione di gruppo capeggiata da Cappadonna, abbiamo rincarato le presenze degli addetti alla sicurezza: tre vigilantes controllano durante il giorno, mentre due lavorano di notte – racconta Carpinteri -. Era stata anche introdotta la regola che solo un parente avrebbe potuto accompagnare il paziente dentro al pronto soccorso, ma è evidente che ci sia stata una défaillance” .

 Non è finita qui.

“Proprio per dare una risposta concreta ai cittadini, stiamo cercando di introdurre esami come l’elettrocardiogramma ed il prelievo di enzimi cardiaci già alla fase dello smistamento, in questo modo si potrebbero ottimizzare i tempi di attesa ed agire immediatamente non appena arriva il turno dell’interessato: ci auguriamo che, entro un mese, quest’ulteriore servizio venga attivato”.

Ci si può anche, molto sinceramente, battere il pugno sul petto, ma per Carpinteri resta una considerazione essenziale da fare.

“Un limite alla sicurezza è che, sebbene gli insulti siano preludio di aggressione, chi si avventa verbalmente contro un dottore, non può essere allontanato: bisogna attendere la violenza prima di intervenite e ciò determina una falla nel sistema - conclude -. È chiaro che chi arriva al pronto soccorso vive un momento di grande agitazione, ma la violenza segue un binario nettamente opposto a quello del diritto all’assistenza sanitaria: è bene che a Catania si faccia chiarezza su questo”.

Commenti

commenti

Vittoria Marletta



© RIPRODUZIONE RISERVATA