Allarme

“Evitate funghi e verdura da campo”. Panico per epidemia di carbonchio

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15 ott 2016 - 19:23

CATANIA – Il tam tam è incessante. Tutti avvertono tutti, perché quanto avvenuto tra Bronte e Randazzo sta gettando nel panico intere comunità dei centri etnei. Panico che sta diffondensosi rapidamente anche a Catania. Nelle campagne sono state rinvenute le carcasse di mucche uccise dal carbonchio ematico. L’ordinanza emessa dal sindaco di Randazzo Michele Mario Mangione è dettagliata e allarmante. Eccola. Vi invitiamo a leggerla attentamente.

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Non si usano mezzi termini: “Il territorio comunale nelle contrade che vanno da Nord/Nord-Ovest della SS 116 fino al confine del territorio dei comuni di S. Domenica Vittoria, Floresta, Tortorici, nelle contrade site a Nord/Nord-Ovest del fiume Alcantara e della SS 120 fino al confine del comune di Bronte sono zone infette a seguito di manifestazione di carbonchio ematico”. Così come si legge nel Control of Communicable Diseases in Man, il manuale per il controllo delle malattie trasmissibili pubblicato dalla Health Association, il carbonchio “è una malattia infettiva acuta causata dal batterio Bacillus anthracis. Le spore possono sopravvivere a lungo nell’ambiente, gli oggetti e il suolo possono rimanere contaminati anche per decenni. una malattia che colpisce soprattutto gli animali erbivori, ma può avere effetti anche sull’uomo. Di solito gli uomini acquisiscono la malattia per contatto con animali infetti, soprattutto durante la lavorazione di derivati animali quali pelo, pelle, lana e ossa; per questo il carbonchio è frequente nelle zone agricole in cui la malattia è comune nel bestiame. A differenza di altre zone geografiche, così come gli Stati Uniti, in cui la malattia tra gli animali è stata eliminata, in Italia fino a tempi recenti si sono verificati casi di carbonchio animale e occasionalmente viene registrato anche qualche caso umano. Per quanto riguarda gli animali, le fonti di infezione sono rappresentate soprattutto dal suolo, dal foraggio, dalle farine di carne, dall’acqua contaminata da concerie, dagli escrementi infetti. Una zona potrebbe essere contaminata anche attraverso insetti, uccelli spazzini (gabbiani, rapaci, corvi che trasportano le spore), cani e feci di animali colpiti dalla malattia. I bovini e le pecore sono più sensibili all’infezione, lo sono meno cavalli e capre. Cani, gatti e suini sono più resistenti”.

Nella forma acuta, leggiamo ancora nel manuale, i bovini muoiono “in 48 ore fra spasmi atroci” e si evidenzia un particolare inquientante: “La malattia è rara nei paesi industrializzati e rappresenta un rischio professionale per i lavoratori che manipolano pelli, peli e lane (soprattutto di ovini) e per allevatori e veterinari che vengono a contatto con animali infetti. L’infezione umana è presente nei paesi in cui si riscontra la malattia negli animali; America centrale e meridionale, Asia, Africa, sud e est Europa. Il carbonchio è considerato una possibile arma biologica perché le spore possono essere disseminate per via aerea, tuttavia la dose di spore necessaria per un attacco biologico è estremamente elevata, in questa malaugurata ipotesi la malattia potrebbe avere caratteristiche epidemiologiche insolite”.

Esiste il vaccino contro il carbonchio, ma in Italia non è previsto. Sempre secondo quanto si apprende dal manuale della Healh Association “poichè nella gran parte dei casi la malattia viene contratta per contatto diretto con materiale animale infetto (pelli. lana, peli, ossa, sangue, ecc.) contenente spore, le regole principali per la prevenzione sono: fare molta attenzione nell’acquisto e nella manipolazione di pelli o di altre parti di animali; non toccare carcasse di animali; non mangiare carne di animali morti dopo malattia”.

Insomma, è massima allerta. Tant’è che pure l’Ordine dei Medici di Catania sta diffondendo il più possibile il testo dell’ordinanza, quella che il Comune di Randazzo sta divulgando anche tramite i propri account ufficiali sui social network con toni che non lasciano spazio alla interpretazione od al fraintendimento.

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Un messaggio che allunga un’ombra a dir poco preoccupante su un vasto territorio che vive di quel che i terreni producono e permettono di sostenere.

Alessandro Sofia

Redazione NewSicilia



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