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Estorsione, spaccio e intestazione fittizia di beni. Duro colpo al clan Laudani: 109 affiliati in manette

carabinieri
10 feb 2016 - 06:00

CATANIA - Tutti affiliati al clan Laudani. Sono 109 le persone finite in manette questa mattina all’alba: 106 in carcere e altri 3 ai domiciliari per questioni di salute. Alcune manette sono scattate anche in Germania e Olanda.

Sono capi e gregari di uno dei clan più ramificati sulla provincia etnea, quello dei “Mussi i ficurinia”. Su di loro pesa l’accusa di associazione di stampo mafioso, estorsione, intestazione fittizia di beni, spaccio e detenzione e porto illegale di armi. La testa pensante di tutto era Sebastiano Laudani, uno di quelli finiti ai domiciliari perché malato. 

Un tempo a fargli da spalla c’era il figlio Gaetano ma da quando, nel 1992, è stato ucciso, i suoi bracci operativi sono diventati  i nipoti: Giuseppe Laudani e Alberto Caruso. Per tutti lui era “il nonno”, colui che educava secondo le rigide regole dell’appartenenza mafiosa, dell’intimidazione e della violenza.

Il maxi-blitz antimafia è stato eseguito da oltre 500 carabinieri del Comando Provinciale di Catania e dalle unità specializzate, dando seguito ad un provvedimento restrittivo emesso dal Gip del Tribunale etneo su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia.

Ma il clan Laudani che curriculum vanta? Con la sua autonomia criminale rivendicata con orgoglio anche nei confronti di Cosa Nostra, questa organizzazione mafiosa è stata fra le protagoniste di alcune fra le più sanguinose faide degli anni ’80 e ’90. In stretti rapporti anche con l’ndrangheta reggina ha rivestito parte attiva nell’attentato con l’autobomba e 30 chili di esplosivo nella caserma dei carabinieri di Gravina nel 1993 quando rimasero feriti quattro militari. Ma non solo… annovera anche l’omicidio dell’agente di Polizia Penitenziaria Luigi Bodenza e l’assassinio del noto avvocato penalista Serafino Famà nel 1995.

Estorsioni, usura, droga, rapine… i proventi venivano tutti reinvestiti nel commercio all’ingrosso di carni, acquisto di terreni, imprese edili e commerciali. E proprio legata a tutto questo mondo è la condanna a 8 anni di Sebastiano Scuto, titolare della catena di supermercati Despar.

L’operazione di questa mattina, arrivata dopo un lungo periodo di indagini, coordinato dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catania, che ha consentito di ricostruire l’organigramma del clan. A fungere da apripista è stato il collaboratore di giustizia Giuseppe Laudani, nipote del capostipite, che ha smascherato l’organizzazione interna del clan, suddiviso in gruppi e con una struttura holding. 

Gli investigatori hanno individuato capi e gregari, accertando numerose estorsioni praticate in modo capillare e soffocante ai danni di imprese ed attività commerciali del territorio e riscontrando un diffuso condizionamento illecito dell’economia locale posto in essere anche con attentati alle attività produttive ed aggressioni agli imprenditori. 

I Laudani operavano oltre che su Catania, anche a Canalicchio, a San Giovanni la Punta, Acireale, Giarre, Zafferana Etnea, Piedimonte Etneo, Caltagirone, Randazzo, Paternò, San Gregorio, Aci Catena, Mascali e Viagrande. Qui oltre a spacciare chiedevano il pizzo ma nessun decisivo contributo alle indagini è emerso dalle dichiarazioni delle vittime che, avendo paura, hanno negato di essere sotto estorsione o si sono limitate ad ammettere il fatto storico, non fornendo alcun elemento utile per l’identificazione dei responsabili. La richiesta variava dai 3.000 ai 15.000 euro l’anno.

L’elemento, però, più allarmante che è emerso dall’attività investigativa è stata la capacità del clan di infiltrarsi all’interno delle istituzioni. C’erano, infatti, elementi dell’avvocatura e della FF.OO. che li appoggiavano rivelando notizie segreti d’ufficio o favorendo l’accesso abusivo a sistemi informatici.

Le attività hanno altresì consentito di evidenziare il ruolo centrale ricoperto da tre donne nell’organizzazione, anche loro arrestate. Tutte e tre dirigevano le attività criminali della “cosca” secondo le direttive impartite dai vertici ed occupandosi anche della gestione della “cassa comune” e del sostentamento economico delle famiglie degli affiliati detenuti.

Giorgia Mosca



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