Sfruttamento

Dipendenti dei centri commerciali costretti ad una schiavitù silenziosa. LA STORIA

Fonte immagine: Giornaledibrescia.it
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31 mag 2017 - 06:38

CATANIA - Quella che oggi vi raccontiamo è la storia di Francesca (nome di fantasia) e di Paolo, Andrea, Giulia, Maria. Ma potrebbe essere la storia di chiunque altro, potrebbe essere la tua di storia, di te che adesso stai leggendo, magari mentre ti prepari per andare ad affrontare 8 ore di lavoro (se sei fortunato/a) o 12

Questa è la storia dei dipendenti dei centri commerciali costretti, nel 2017, a subire una schiavitù silenziosa senza precedenti, senza diritti, senza voce in capitolo soltanto per poche centinaia di euro. 

Facciamo un passo indietro e cerchiamo di pensare, soltanto per pochi istanti, alle nostre passeggiate domenicali o ancor peggio, nei giorni segnati in rosso nel calendario, all’interno dei mega-store. In Sicilia, come nel resto d’Italia, sono molti. In particolar modo soffermiamoci su quelli presenti nell’hinterland catanese, da San Giovanni La Punta, a Gravina di Catania, a San Giorgio, a Paternò. 

Una comodità, per alcuni, quella di poter girovagare tra un caffè, un giro per i negozi e una chiaccherata tra amici all’interno dei centri commerciali, chiedendo magari, di tanto in tanto, informazione a qualche dipendente che, spesso, con toni poco gentili e tanto fastidio, cerca di rispondere ai numerosi clienti. 

Avete mai pensato qual è, in fondo, il motivo di tanta irritazione da parte degli impiegati dei centri commerciali? Vi siete mai soffermati sulla vita di questi uomini e queste donne? La risposta, sicuramente, è no. A meno che, all’interno, non vi sia qualche vostro familiare, parente o amico. 

Oggi vogliamo puntare i riflettori su questi poveri Cristi… per una volta vogliamo metterci nei panni di chi, ogni giorno, affronta 8 ore di lavoro o addirittura 12 ore con una pausa di un’ora dove, i protagonisti, cercano disperatamente 60 minuti di “stop” da quella che si prospetta una giornata, una settimana, un mese o, forse, una vita da “schiavi”. 

Sono esattamente loro le vittime di una schiavitù silenziosa che al giorno d’oggi non vede più una via d’uscita. Lavoratori costretti a vivere rinchiusi all’interno di grandi store per poche centinaia di euro, per uno stipendio che non vale un decimo della fatica e della vita sprecata. 

Una vita, sì, che va a rotoli senza sabati né domeniche. Senza uscite e vita sociale. Senza spensieratezza e senza belle giornate. Senza amori, famiglie e amici. 

I dettagli di un contratto di un lavoratore di un centro commerciale sono agghiaccianti: vi portiamo, come esempio, quanto raccontatoci da un’ex dipendente. “Ho mandato il curriculum ad un noto mega-store di Catania grazie ad un annuncio visto su internet. Cercavano un commesso con impiego full-time. Pochi minuti dopo l’invio della mia email, ricevo una chiamata con cui mi veniva fissato un colloquio per il giorno dopo”. 

“Mi reco all’appuntamento e aspetto silenzioso il mio turno insieme ad altri miei coetanei – continua Francesca (nome di fantasia) -. Dopo un colloquio di circa un’ora, tra domande private e generiche, vengo assunta con un contratto di tre mesi per uno stipendio mensile di 600 euro. Le ore giornaliere dichiarate sono 8 ma, in realtà, subito dopo poche ore – dopo aver indossato la mia ‘divisa’ e iniziato a perlustrare il lavoro da fare – mi viene detto che per chissà quanto tempo saranno 12. Dunque, il tizio con cui avevo fatto il colloquio, mi ha mentito. Saltano fuori, inaspettatamente, quattro ore di lavoro in più”.

Ma non è finita qui, continua Francesca. “Ho iniziato a lavorare subito dopo il colloquio, il tempo di consegnare tutto il necessario, contenta e felice per essere stata assunta dopo tanti curriculum ed email senza risposta. Intorno alle 15 mi viene data un’ora ‘d’aria’ per una breve pausa di relax, giusto il tempo di pranzare”. 

Le 12 ore di lavoro di Francesca proseguono insieme alla stanchezza, al mal di testa e al via vai di gente. Intanto, tra la sistemazione di uno scaffale, un salto in magazzino e la compilazione di una bolla, inizia a venir fuori il dramma dei “colleghi”. 

“Sei stanca? Ancora non hai visto nulla… devi vedere come ti sentirai dopo sabato e domenica, quando la gente arriverà a flotta, e non avrai il tempo nemmeno di andare in bagno a fare pipì”. 

“Io non vedo l’ora di trovare un lavoro migliore e andarmene, tra pochi mesi mi sposo, e sono qui da quattro anni soltanto per realizzare il nostro sogno”. 

Questi sono alcuni spezzoni di conversazione tra colleghi, mentre Francesca, attonita, pensa alla vita che l’aspetta. “Durante il colloquio mi è stato detto che avrei avuto un giorno libero alla settimana che in effetti – continua Francesca - dopo 12 ore di lavoro giornaliere per sei lunghi giorni, mi meritavo proprio. Penso, allora, a che giorno scegliere e opto per il sabato o la domenica ma la mia richiesta, sbem: viene rifiutata”. 

È vietato, infatti, a tutti i dipendenti dei centri commerciali, scegliere come giorno di riposo il sabato o la domenica. Tutti devono essere presenti in questi “due giorni di fuoco” all’interno dei mega-store pronti a soddisfare le richieste dei presenti. 

Francesca attende tre giorni ma nessuno le fa firmare il contratto di lavoro. Oggi, domani, dopo… uno scarica barile continuo di cui nessuno si fa carico. E intanto le ore passano, le giornate anche, e così anche il tempo andato perduto… 

Lucia (nome di fantasia), collega di Francesca, racconta di come “le ferie possono essere prese soltanto nei mesi di giugno e settembre. A luglio ed agosto si lavora, tutti i giorni, eccetto il 15 agosto dove – per chissà quale miracolo – chiudiamo”. 

I giorni di ferie che i dipendenti possono prendere sono soltanto sette. Una settimana, avete capito bene, e se per caso – tramite una richiesta scritta effettuata 15 giorni prima, mancate dal posto di lavoro per chissà quale evento straordinario durante l’anno – quel giorno verrà tolto da quella misera settimana di ferie. 

Secondo la legislazione italiana sul lavoro, “a ciascun lavoratore deve essere garantito un periodo annuale di ferie retribuite non inferiore a 4 settimane. Tale periodo va goduto per almeno due settimane, consecutive in caso di richiesta del lavoratore, entro il 31 dicembre dell’anno di maturazione e, per le restanti due settimane, nei 18 mesi successivi al termine dell’anno di maturazione, salvo periodi di differimento più ampi previsti dalla contrattazione collettiva”. 

Dunque, chi dirige un centro commerciale, non tiene conto delle normative stabilite dalla legge italiana? 

Francesca, dopo un breve periodo, decide di ritornare a spedire curriculum che chissà, magari, qualche buon datore di lavoro si fa avanti. Dopo diverso tempo aspetta ancora il compenso di quei giorni che, secondo quanto dichiaratogli dai “responsabili”, non è ancora certo vengano retribuiti perché “eri in prova”. Ma che Francesca era in prova, quando è stato detto? E perché nessuno le ha mai fatto firmare il suo contratto di lavoro? E, soprattutto, è tutto studiato a tavolino? Tanto, sono certi, che lei sarà uno dei tanti che non reggerà il ritmo distruttivo di 12 ore di lavoro. Che le mancheranno le uscite con il fidanzato, le giornate al mare, la libertà di una domenica e andrà via. E loro, che si credono “furbi dirigenti”, prendono tempo. Non fanno firmare il contratto così, una volta richiesto di abbandonare il posto di lavoro, non saranno tenuti a pagare quei giorni e quelle ore spese lì dentro. 

Gli altri colleghi, invece, hanno deciso di restare… sfruttati da un business diventato, ormai, un circolo vizioso senza via d’uscita a cui, anche volendo, nessun dipendente può ribellarsi. Che tanto, se ti ribelli, perdi il posto e se finisci a casa come fai a vivere? 

La colpa, come sempre, ricade sulla crisi e sul filo sottile che separa il bisogno di lavorare dallo sfruttamento. Perché sì, diciamocela tutta, tra la ricerca di occupazione e la schiavitù ci sta nel mezzo la dignità. Quella cosa che ogni uomo o donna non dovrebbe mai perdere, nemmeno per poche centinaia di euro. 

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Rossana Nicolosi



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