Processo

Delitto Cimò, chiesto l’ergastolo per il marito Salvatore Di Grazia

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27 set 2016 - 17:23

CATANIA - Si è svolta stamani la requisitoria del Pubblico Ministero nel procedimento penale a carico di Salvatore Di Grazia accusato dell’omicidio, dell’occultamento e della soppressione del cadavere della moglie Mariella Cimò.

L’associazione Penelope – sezione Sicilia, rappresentata dall’avvocato Elena Cassella era presente, come sempre, a fianco dei familiari della scomparsa, nella specie il nipote della signora Cimò, il sig. Cicero.

Il Pubblico Ministero, alla presenza del Presidente di Corte d’Assise, Rosario Cuteri e del giudice a latere Iole Apostolico, ha ripercorso il lungo iter dibattimentale che vede come unico imputato Salvatore Di Grazia evidenziando come le numerose incongruenze e dichiarazioni mendaci (letteralmente indicate dal Pubblico Ministero quali “menzogne”) rendono inverosimile la ricostruzione da questi operata e per questi motivi all’esito della udienza ha chiesto alla Corte la condanna alla pena dell’ergastolo.

L’aspetto certamente più rilevante dell’intero procedimento penale è che trattasi di un processo esclusivamente indiziario a causa del colpevole ritardo di Salvatore Di Grazia nel denunciare la scomparsa della moglie avvenuta quando già erano trascorsi undici giorni. Il lasso di tempo eccessivamente lungo tra la scomparsa della sig.ra Cimò (presumibilmente la notte tra il 24 e il 25 agosto 2011 che è il momento al quale di fatto risalgono le ultime notizie) e la denuncia del sig. Di Grazia hanno dilazionato enormemente l’inizio delle indagini rendendo questo processo fortemente indiziario. Qualora l’inizio delle indagini fosse stato tempestivo, certamente si sarebbero potute raccogliere prove rilevanti per la celere soluzione di questo misterioso delitto. Ma così non è stato.

L’avvocato Cassella dell’associazione nazionale dei familiari e amici delle persone scomparse ricorda che all’epoca della scomparsa della Cimò, prima dell’entrata in vigore della legge 203\2012, l’unico legittimato a sporgere denuncia era di fatto l’unico che non era interessato a farlo ovvero l’odierno imputato che volontariamente e capziosamente ha depistato per giorni conoscenti e familiari pur di ritardare l’inizio delle ricerche. Invero, il sig. Cicero, nipote della vittima, si era tempestivamente recato dai Carabinieri ma a questi era stato opposto un fermo diniego.

Oggi, probabilmente l’esito di questa triste vicenda sarebbe stato diverso, grazie alla citata legge 203\2012, fortemente voluta dall’Associazione Penelope Italia, in forza della quale “chiunque viene a conoscenza dell’allontanamento di una persona dalla propria abitazione o dal luogo di temporanea dimora e, per le circostanze in cui è avvenuto il fatto, ritiene che dalla scomparsa possa derivare un pericolo per la vita o per l’incolumità personale della stessa, può denunciare il fatto alle forze di polizia o alla polizia locale”.

Redazione NewSicilia



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