La lettera

Il delitto di Biancavilla. Interviene il Coordinamento Donne contro la Violenza

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29 ago 2015 - 17:16

CATANIA - Sullo sconvolgente omicidio scoperto giovedì a Biancavilla, l’uccisione dell’anziano elettricista ad opera della moglie, stanca di 40 anni di percosse e violenze di vario genere subite, riceviamo e volentieri pubblichiamo una lettera con un commento sulla vicenda da parte della presidente del Coordinamento Donne Siciliane contro la violenza Raffaella Mauceri.

“Se quarant’anni vi sembran pochi”, voglio intitolarlo così questo episodio di restituzione di violenza. Se non fosse che nemmeno con la morte si possono restituire 40 anni di violenze! E noi, che con la violenza sulle donne ci “lavoriamo” tutti i giorni, sappiamo bene quante donne sceglierebbero per se stesse un colpo di legno in testa piuttosto che questa interminabile tortura… Un po’ come le (presunte) streghe medievali che arrivavano al rogo con la salvifica certezza che lì finalmente sarebbero cessate le sevizie.

Quarant’anni. Quattordicimilaseicento giorni. Avete idea? Riuscite ad immaginarli? Ogni giorno sentirsi un rifiuto umano, ogni giorno svegliarsi e viverne un altro pieno di botte, insulti, abusi…e poi un altro e un altro ancora e così via per 14.600 volte! No, non riuscite ad immaginarlo. Lui, Alfio Longo, uomo integerrimo per l’occhio sociale, al quale teneva molto, e carnefice in privato con il suo sfogatoio personale: la moglie, Enza Ingrassia. Doppio profilo, doppia personalità. Conosciamo bene l’articolo, corrisponde ad almeno la metà dei maschi violenti. Figuratevi che cercano di prendere in giro anche noi operatrici dei centri antiviolenza e nondimeno gli operatori istituzionali dei servizi di psicologia. Ma alla fine qualcuno gira le carte e vede come stanno davvero le cose. Si dice che nei paesi si sa tutto di tutti, e anche a Biancavilla, erano in molti se non tutti, a conoscere il volto vero di Alfio Longo. Che, detto per inciso, era pure uno spacciatore di droghe e un “amatore” di armi da fuoco. Ma vuoi mettere la cultura secolare del “fra moglie e marito non mettere il dito”? In fin dei conti la violenza sulle donne si regge proprio su questa cultura dell’omertà dove i maschi picchiatori, in diretta o in diagonale, si coprono fra di loro.

Ma come mai lei non ha denunciato il suo carnefice? Chiedono gli ignari, gli ingenui, i perbenisti, i legalisti. Perché alla denuncia non sempre segue automaticamente e immediatamente l’arresto. Perché non sempre il rifugio della vittima in una casa protetta, è garantito e tempestivo. Perché stando così le cose, molte delle donne che denunciano continuano a prenderle, che credete? Anche dopo due, tre, quattro denunce e così via fino al record di otto denunce, qualcuna finisce ugualmente assassinata. E allora c’è da stupirsi se non hanno fiducia nella giustizia? C’è da stupirsi se noi operatrici “antiviolenza” andiamo in collera perché nel nostro (IN)civile Belpaese le donne sono carne da macello e c’è poco da aspettarsi? Dal Legislatore, al sistema giustizia, al Parlamento, ai vari deputati, senatori, governatori e giù giù fino ai tanti sindaci che non sostengono i locali centri antiviolenza, le istituzioni di questo paese non si sciupano più di tanto per per far sì che le donne si sentano sicure e protette.

L’estate scorsa, Luciana Cristallo ha ucciso il marito nel corso dell’ennesima aggressione in cui lui la stava soffocando. Assolta per legittima difesa, la sua. E quella di Enza come la vogliamo chiamare? Le statistiche ci dicono che negli ultimi 10 anni in Italia sono state uccise circa 1200 donne che non avevano torto un capello ai loro amati assassini. Nello stesso decennio, dopo aver subito anni e anni di sevizie, due donne hanno ucciso i loro aguzzini. Vogliamo sperare che a nessuno venga in mente di parlare di maschicidio. Enza Ingrassia aveva tentato di liberarsi del suo aguzzino personale con il legale e civile mezzo della separazione, ma lui glielo impediva con minacce e ricatti e l’isolamento e botte da orbi, inclusi due aborti causati dai suoi violentissimi pestaggi. Finché adesso lei l’ha ucciso con lo stesso ciocco di legno col quale lui per l’ennesima volta, l’aveva percossa poco prima. Ma la giustizia vuole la sua testa.

Questa dunque la lettera, che abbiamo pubblicato integralmente. Ma l’amica Raffaella ci consenta una piccola chiosa: vogliamo giustificare un omicidio? Non crediamo che possa essere questa la soluzione, anche di interminabili stressanti insopportabili faticosissimi 40 anni di violenze subite. Non siamo nè ignari, nè ingenui, nè perbenisti, nè legalisti. Ma esiste una legge, l’abbiamo inventata tanti secoli fa, abbiamo combattuto per difenderla, lasciamo che venga semplicemente applicata e facciamoci affidamento in uno stato che ci ostiniamo a chiamare di diritto. (g.m.)

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Redazione NewSicilia



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