Indagini

Corruzione sulla costa di Cefalù, c’è un dirigente della Regione fra gli arrestati

Cefalù
3 mag 2016 - 08:43

PALERMO – Una storia di favori ed intrighi dalle tinte fosche ha sconvolto il territorio di Cefalù.

Dovranno rispondere di corruzione propria aggravata quattro uomini, tra imprenditori e funzionari pubblici, che secondo le indagini della polizia avrebbero gestito un sistema corruttivo per l’apertura di stabilimenti balneari lungo una delle coste più suggestive della Sicilia: Cefalù.

Grazie all’operazione “spiagge libere” della polizia sono stati posti agli arresti domiciliari l’architetto Antonino di Franco, dirigente dell’Assessorato Regionale Territorio e Ambiente, e un noto imprenditore cefaludese del settore alberghiero, Giovanni Cimino. Mentre per Salvatore Labruzzo, funzionario dello stesso Assessorato e Bartolomeo Vitale, “braccio destro” di Cimino è scattato il divieto di dimora sia nella provincia di Palermo che nel comune di Cefalù.

L’indagine è partita grazie alle denunce che molti esercenti balneari hanno presentano in quanto i tempi di attesa per un eventuale rinnovo o concessione di un sub-ingresso erano troppo lunghi. Complice appunto questo sistema corrotto che Cimino avrebbe gestito anche tramite l’assunzione dei figli, durante il periodo estivo, dei funzionari corrotti.

Un’indagine iniziata poco più di un anno fa – coordinata prima dal procuratore aggiunto di Palermo, Dino Petralia e successivamente dalla Procura di Termini Imerese con Alfredo Morvillo – che grazie alle intercettazioni e ai pedinamenti ha scoperto e fermato l’ennesimo caso di corruzione che avrebbe portato gli accusati al controllo di circa l’80% delle strutture balneari. 

In sostanza lo scorso 7 aprile il commissariato di Cefalù ha sequestrato, in via preventiva, la concessione demaniale del più grande lido balneare della costa cefaludese: il “Poseidon” riconducibile proprio a Cimino.

Dallo scoppio di quella “bomba”, è iniziata una lunga e frenetica attività, da parte degli evasori, volta proprio a “regolarizzare” le situazioni poco chiare. Galeotte sono state le intercettazioni che hanno permesso agli inquirenti di di scovare le conversazioni tra l’architetto Di Franco e i legali di Cimino proprio per gettare polvere sulle irregolarità commesse.

Il lavoro di Di Franco sarebbe stato ripagato tramite l’assunzione del figlio in una delle società di Cimino. Infatti, proprio parlando con la moglie Di Franco ha dichiarato che ci avrebbero pensato loro a metterlo a posto e che, dopo, si sarebbero occupati anche dell’altra figlia per farle “fare l’estate”. Anche la figlia sarebbe stata effettivamente poi assunta ma dal titolare di un lido palermitano visto che era priva di macchina.

Un vero e proprio “rais del demanio marittimo” è così che il Gip di Termini Imerese ha definito l’architetto Di Franco che grazie ai suoi contatti ha potuto godere di favori, privilegi e trattamenti “vip” per se e i suoi parenti.

Si sta ancora procedendo all’acquisizione dei documenti e di eventuali supporti informatici presso gli uffici e le dimore degli imprenditori per cercare ulteriori elementi. 

Redazione NewSicilia



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