La replica

Le chiappe di don Spampinato e la verità di padre Guidolin. Intanto la parrocchia del Villaggio S. Agata resta senza guida

guidolin
28 ott 2016 - 13:12

CATANIA – Padre Pio Guidolin non si nasconde. Dopo quanto abbiamo rivelato la scorsa settimana, ha deciso di volere dire la sua sul caso scoppiato nella parrocchia a lui affidata per anni, quella di S. Croce, il punto di riferimento per la comunità che popola il Villaggio S. Agata, uno dei quartieri abbandonati dall’amministrazione comunale che adesso ha smarrito pure l’unica bussola a disposizione.

Perché dopo la rinuncia di don Alfio Spampinato, che aveva accettato con riserva la nomina ad amministratore parrocchiale per sostituire padre Guidolin, la parrocchia attualmente è senza guida. Don Spampinato ha motivato la sua decisione con una lettera aperta ai parrocchiani in cui ha denunciato di avere scelto di andarsene perché “L’Arcivescovo di Catania, monsignor Salvatore Gristina, non ha voluto prendersi l’impegno formale, a nome della Diocesi, di assumersi i debiti contratti dai miei predecessori (ultimo Pio Guidolin), ammontanti a 40mila euro, accertati ad oggi, e quelli legali eventualmente derivanti da situazioni pregresse e perduranti nel presente e non ancora in via di definizione”.

Don Alfio ha lasciato intendere che quanto rivelato è soltanto la punta dell’iceberg: “Non voglio entrare, per ora, nei particolari; mi risevo di farlo, analitacamente, in seguito. Mi dispiace per i pochi fedeli che erano rimasti, dopo la defezione di quelli che, pro o contro Guidolin, avevano abbandonato la parrocchia e di quegli altri transfughi perché non hanno voluto accettare che il sottoscritto mettesse, finalmente, ordine all’interno di essa”. Una bomba nella comunità cattolica catanese, che, secondo don Spampinato, l’Arcivescovo Gristina in persona voleva fare esplodere fra le sue terga, così come ha dichiarato con una eloquente metafora: “Voi parrocchiani siete e resterete sempre nel mio cuore e vi sarò grato per avermi guardato le spalle, a differenza di Chi (la maiuscola è per identificare il vertice dell’arcidiocesi etnea) ha cercato di infilzarmi e non con un pugnale fra le scapole, ma con qualcosa di altro – metaforicamente parlando – fra le chiappe”.

Così, ecco padre Pio Guidolin scendere in campo, anche perché don Spampinato sembrerebbe ormai deciso ad un assalto all’arma bianca contro quel che ritiene non vada nella gestione della Chiesa etnea.

“Ci tengo a dire la mia – ci dice con tono pacato, pacatissimo – perché sono stato chiamato in causa in prima persona e perché non ci sto a che si affermino cose che si prestano ad interpretazioni errate”.

“Vorrei intanto far osservare che ogni parrocchia ha le sue spese, poichè tante sono le richieste di aiuto e di attività pastorali - spiega padre Guidolin – ciò non toglie che in ogni operato ci possano sempre essere gesti di carità e di donazione. Io non ho avuto mai paura di come pagare le singole spese perché ho sempre trovato gente generosa che mi ha sostenuto in ogni singola opera, quindi la mia perplessità non è mai stata sulla spesa, ma sul senso di quello che facevo per il bene della Comunità”.

“È assodato che quando si opera soprattutto a servizio degli altri e per il bene degli altri, nascono sempre nuove problematiche e difficoltà esecutive varie - continua l’ex parroco di S. Croce – ho sempre avuto la gioia di essere sostenuto ed aiutato dai molteplici volontari della Comunità, perché mi hanno sempre visto operare in prima persona e con tanto entusiasmo per il bene del loro territorio. Tale testimonianza ha portato non solo a valorizzare l’operato, ma anche a cambiare la mentalità del luogo, poiché non tutto si deve aspettare dal sacerdote (o dalla Chiesa) ma tutto si deve costruire con tutti. Diverse opere sono state compiute al Villaggio Sant’Agata senza mai innalzare il nome di chi le ha fatte, ma innalzare Colui che ha favorito questo segno nuovo di cristianità. È chiaro che le spese non vengono estinte subito tutte, ma ci vuole il suo tempo. Se io fossi rimasto, tutto sarebbe stato estinto in breve tempo”.

Il tono di padre Pio si fa amaro e spiega la spesa dei 40mila euro, senza trascurare dettagli: “Questo non deve essere il motivo di tante lacerazioni personali e di tante distruzioni umane a tal punto da perdere il senso vero dell’ecclesialità e umanità. La somma dei 40.000 euro citata è stata richiesta con il consenso della diocesi per effettuare diversi lavori, tra cui: la recinzione dei confini della parrocchia; la bonifica della discarica di materiale dietro la Chiesa e l’acquisto di un pezzo di terreno per chiudere i confini; la chiusura di una voragine causata dal crollo di un muro; il ripristino di una parete vicino al salone parrocchiale; l’amplificazione; varie spese di ristrutturazione interne e varie spese lasciate dal mio predecessore. In tutto questo, ho curato la sicurezza degli stessi giovani e il coinvolgimento a 360 gradi di tutte le famiglie del territorio. Quattro segni visibili e indimenticabili che hanno inciso il cuore di tutta la gente sono stati: il campetto atletico inaugurato da Sua Eccellenza Annamaria Cancellieri (allora Ministro degli Interni) e dal nostro amato Arcivescovo Sua Eccellenza Salvatore Gristina, campetto finanziato dall’Associazione A.D.I., guidata dal Dott. Leonardi; poi l’opera scolpita da due artisti veneti raffigurante le mani di S. Giovanni Paolo II con al centro la fiaccola dell’amore, simbolo eclatante che dava inizio e chiusura all’esperienza consolidata dei giochi senza frontiere; ancora, la costruzione adiacente alla Chiesa di un altare con una grande croce per le celebrazioni all’esterno e Via Crucis vivente; infine l’opera di ricostruzione del nuovo presbiterio all’interno della Chiesa, effettuata e finanziata dalla Fondazione F.I.A.S. coadiuvata dal Dott. Milano, opera che mi è stata bloccata con il mio allontanamento”.

Bloccata. Allontanamento. Termini rivelatori, che dicono tutto, che gli fanno male.“La pulizia, l’ordine e la bellezza del territorio, sono stati elementi fondamentali per diventare corresponsabili tutti a non distruggere quello che di bene c’è – conclude – ma di valorizzare e rafforzare quello che è stato seminato con grande sacrificio, senza perdere un fiore bello che stava per nascere in periferia di Catania. Spero che tutto questo sia motivo non di altre discussioni ma di chiarificazione a tutto ciò che è stato distrutto (sia umanamente che materialmente) e che ci sia infine anche la chiarificazione nei miei confronti”.

Alessandro Sofia

Redazione NewSicilia



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