Protesta

Catania, vertenza Qè: lavoratori in piazza per chiedere l’intervento delle istituzioni

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23 set 2016 - 12:44

CATANIA - Seicento lavoratori rischiano di entrare nel tunnel della precarietà sociale ed economica. È questo lo scenario che vede coinvolti i lavoratori del call center Qè scesi in piazza per chiedere a gran voce l’intervento delle istituzioni per arginare anche il conseguente rischio di impoverimento del territorio. Con loro anche i sindaci dei comuni dell’hinterland catanese, studenti, sindacati e comuni cittadini.

Come spiegato a NewSicilia da Davide Foti, segretario generale Slc Cgil, a pesare sul fallimento dell’azienda è stato un debito di 6,5 milioni di euro riscontrato nel bilancio del 2015 causato dal mancato pagamento dell’Iva: “I tavoli tecnici che abbiamo richiesto con imprenditori e aziende locali sono finiti con un nulla di fatto: chi si è presentato, anche grandi competitor nazionali come Almaviva, Transcom ed Eurocall, si sono ritirati per l‘inaffidabilità dell’azienda“. 

Spiega Foti: “Da quasi quattro mesi questi 600 lavoratori, di cui 300 a tempo indeterminato e 300 precari, non prendono lo stipendio. Abbiamo richiesto un tavolo di crisi al Ministero dello Sviluppo Economico, perché le due commesse principali di Qè sono statali, Inps ed Enel“.

Un piccolo traguardo è stato raggiunto: “Mercoledì ci riceverà il presidente della Commissione Lavoro Nazionale della Camera dei Deputati, Cesare Damiano: a lui chiederemo l’intervento netto col Ministero per questo tavolo di crisi”. Queste le parole di Foti, che aggiunge: “Abbiamo avuto grande solidarietà dalla società civile, dai commercianti di Paternò che hanno contribuito anche economicamente alle manifestazioni, dagli studenti delle scuole che oggi partecipano e dai sindaci di Paternò, Biancavilla, Belpasso, Camporotondo Etneo e Misterbianco. Abbiamo creato un movimento. A mancare è la risposta delle istituzioni, anche perché abbiamo richiesto un incontro ufficiale come sindacato al presidente Crocetta, che non ci ha risposto“.

Il messaggio che lancia Foti è chiaro: “Noi da oggi usciamo con un’idea chiara: chi è oggi con noi rimarrà al nostro fianco, chi non lo è vuol dire che è uno di quelli che vuole che questa crisi aziendale, questa vertenza di Qè, finisca male e noi non lo permetteremo“. 

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Tramite la vertenza i sindacati chiederanno alle committenti, Enel e Inps tramite Transcom, di garantire la continuità del lavoro sul territorio. Spiega ancora Foti: “Il settore dei call center ha fatto una battaglia lunga 4 anni e ha conquistato una legge sul cambio di appalto che si chiamano clausole sociali, una grande conquista del settore. Vuol dire che cambia l’appalto ma c’è la continuità territoriale e del lavoro per tutti. Noi chiederemo l’applicazione della legge della clausola sociale. Sarà difficile perché ad oggi con uno sciopero ad oltranza i volumi di Inps ed Enel saranno stati smistati. Devono passarsi la mano sulla coscienza le committenti perché non possono uccidere un territorio per darli in altri 5/6 territori questo tipo di lavoro. Non l’accetteremo“.

Antonio D’amico, segretario generale Fistel Cisl, punta l’attenzione sull’aspetto morale della vicenda: “Non possiamo essere abbandonati. Immaginiamo 600 famiglie che dall’oggi al domani spariscono in un territorio già massacrato da anni, una macelleria sociale. Non possiamo stare con le mani in mano. e non si può assumere solo il sindacato la responsabilità di lottare per i lavoratori. Queste aziende che vengono dal Nord in Sicilia hanno trovato un bel po’ di anni fa terreno fertile. Adesso è cambiato tutto, anche politicamente. Questa gente si sta prendendo tutto quello che deve prendere e sta portando al Nord. Tutti i soldi delle commesse che andavano ai lavoratori sono stati utilizzati per ricoprire i debiti di altre società. È come se fosse un furto autorizzato e la lotta in questo momento di lavoratori e sindacati contro questi ladri di professione è impari“.

Conclude D’Amico: “Non vogliamo però arrivare al tracollo, al fallimento totale, e che questi lavoratori e le commesse a cui sono legati diventino merce a ribasso. Non lo possiamo permettere, pretenderemo rispetto“.

Aurora Circià



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