Processo

Caso Mori: dopo le dichiarazioni oggi inizia la camera di consiglio

Mario Mori
16 mag 2016 - 09:52

PALERMO - Inizia oggi, dopo le dichiarazioni spontanee preannunciate dal principale imputato, la camera di consiglio del processo che vede imputati il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, accusati di avere favorito la latitanza del boss Bernardo Provenzano, la cui cattura, secondo la Procura generale di Palermo, sarebbe stata possibile il 31 ottobre 1995, oltre dieci anni prima del momento in cui il superlatitante corleonese fu catturato, l’11 aprile del 2006.

Rispetto alla sentenza con cui il tribunale assolse i due imputati, c’è una palese differenza: i giudici della quinta sezione della Corte d’Appello, presieduta da Salvatore Di Vitale (dallo scorso anno presidente del Tribunale di Palermo e applicato alla Corte solo per questo dibattimento), si riuniscono infatti per alcuni giorni, mentre i loro colleghi del primo grado di giudizio – collegio presieduto da Mario Fontana, la cui sentenza fu investita da moltissime polemiche – il 17 luglio 2013 si pronunciarono nel giro di poche ore, lo stesso giorno in cui entrarono in camera di consiglio.

Con Di Vitale, della Corte fanno parte i consiglieri a latere Raffaele Malizia e Gabriella Di Marco.

La difesa è affidata agli avvocati Basilio Milio e Enzo Musco. L’accusa è rappresentata invece direttamente dal procuratore generale Roberto Scarpinato e dal sostituto Luigi Patronaggio.

I due pg hanno chiesto meno dei loro colleghi del primo grado (Nino Di Matteo, che aveva lavorato con Antonio Ingroia a questo processo, e Vittorio Teresi), contestando il reato di favoreggiamento della latitanza di Provenzano, anche se nella nuova prospettazione sono cadute due aggravanti: quella dell’avere agito per favorire Cosa nostra e quella semplicisticamente denominata come l’aggravante della trattativa.

Per Mori sono stati chiesti 4 anni e 6 mesi, per Obinu 3 anni e 6 mesi, contro i 9 e gli 8 anni chiesti nel primo grado. Mario Mori e Mauro Obinu, per la Procura generale, dunque, avrebbero “semplicemente” favorito Provenzano, tacendo ad esempio alla Procura le informazioni avute dal colonnello Michele Riccio sui favoreggiatori del boss, non approfondendo gli spunti fatti filtrare dal confidente Luigi Ilardo, mentendo ai pm. “Non devo provarlo – ha spiegato in requisitoria Scarpinato, il 18 gennaio scorso – la legge non richiede un movente, dato che il favoreggiamento è un reato a dolo generico”.

Ed è stato proprio Mori a dichiarare: “Le valutazioni della Procura generale di Palermo si basano su preconcetti nei confronti miei e dei servizi che ho diretto, che, se non sono deviati, non sono servizi”. Lo ha fatto nel corso delle dichiarazioni spontanee davanti ai giudici della quinta sezione della Corte d’Appello, prima della camera di consiglio che dovrà decidere se confermare o riformare.

Mori ha difeso non solo se stesso, “ma gli uomini del Ros che con rischio personale lavorano con professionalità, ottenendo risultati”. E ancora: “Mi sono state attribuite tendenze politiche di destra, ma io ho lavorato con Napolitano, Ciampi, Berlusconi, Prodi, Martino, Previti e prima ancora con Andreotti, Craxi, Forlani, Pecchioli… Sarei stato veramente una banderuola, se fosse come sostiene la pubblica accusa”.

Redazione NewSicilia



© RIPRODUZIONE RISERVATA