L'intervista

Calcagno: “Niente cibo e acqua. Non ci facevano andare neanche in bagno”

Filippo Calcagno
8 mar 2016 - 11:22

ENNA - Eccome se si parlava di fuga. Pensavamo di trovare un’opportunità per fare questa cosa dall’inizio, perché passavano i giorni e vedevamo che non si muoveva niente. Anche perché dal principio, fino al giorno 14 di agosto, noi non avevamo nessun tipo di notizia. Loro non ci dicevano niente”.

Così Filippo Calcagno, dalla sua casa di Piazza Armerina (Enna), durante l’intervista al programma Agorà dedicata oggi al racconto della sua prigionia in Libia.

“Il giorno 3 di agosto, dopo quindici giorni dal rapimento, loro entrano e ci chiedono un numero da poter contattare e noi naturalmente diamo quello della Società: era l’unico che ricordavamo, gli altri li avevamo nei cellulari ma ci avevano tolto tutto – racconta Calcagno ricordando la sua prigionia – Noi glielo dicevamo: avete i cellulari, guardate lì dentro. Il giorno 9 entrano e ci dicono di fare una registrazione per ‘spingere’ a fare qualcosa. Ma ci torna un po’ la speranza il giorno 14, quando ci chiedono di conoscere cose che solo noi sapevamo: a me chiedevano la data del matrimonio, e queste domande ci avevano un po’ alimentato la speranza che si apriva la trattativa”.

È un fiume in piena: ”Poi silenzio totale – continua – E iniziano le ritorsioni, e ogni giorno aumentavano: non ci davano da mangiare, non ci facevano andare in bagno. Ci avevano detto di bussare alla porta se avevamo bisogno di andare in bagno, ma un giorno, quando Failla si è permesso di farlo, sono entrati e hanno iniziato a prenderlo a pugni. E da quel momento ci hanno proibito di bussare, lasciandoci un secchio per le nostre necessità…”.

“Mi vergogno un po’, perché io sono tornato a casa con la mia famiglia, noi siamo tutti felici, e vedere loro in quelle condizioni mi strazia il cuore”. Lo ha detto Filippo Calcagno, il tecnico rapito in Libia e tornato in Sicilai dopo 8 mesi di prigionia, concludendo l’intervista alla trasmissione Agorà, in onda su Rai3.

Calcagno è rientrato in Italia insieme all’altro tecnico Gino Pollicardo, mentre gli altri due compagni di prigionia, Salvatore Failla e Fausto Piano, sono stati uccisi. “Io sono stato con gli altri due colleghi fino alla fine, noi quattro eravamo diventati una famiglia perché ci raccontavamo quello che era successo ai nostri cari in tutti questi anni. Alla signora Failla voglio dire che suo marito era una persona meravigliosa, io non la conoscevo, ci siamo conosciuti tra maggio e giugno, prima che io andassi in ferie. Poi siamo ritornati insieme a luglio. E in questi 8 mesi che abbiamo passato là, prigionieri, siamo diventati fratelli”.

Redazione NewSicilia



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