Futuro

Brexit, che fine faranno gli italiani all’estero?

Brexit
1 lug 2016 - 06:01

CATANIA - Dentro o fuori? Per la maggior parte dei britannici meglio staccarsi dall’Unione Europea. Il responso della Brexit ha lasciato molte perplessità, tanto che anche in Gran Bretagna si sono verificate delle spaccature non indifferenti.

Ma, qualora la Brexit dovesse trasformarsi in qualcosa di concreto cambierebbero molte cose nei rapporti con gli stati europei (e non solo). Cosa accadrà a coloro che vorranno andare nei paesi britannici? E, ancor prima, che succederà a coloro che già vivono, lavorano o studiano nel Regno Unito?

“Chi è venuto qua è venuto per vivere in un paese più stabile economicamente e politicamente, ma questo è venuto meno”, spiega Gaia, che vive e lavora a Belfast (Irlanda del Nord). “C’è anche la possibilità che possano fare marcia indietro, ma non ha importanza. Ormai hanno innescato una bomba che dimostra come questo “Kingdom” non sia poi tanto ‘United’. Tra l’altro, dove viviamo noi, si sente anche il rischio della guerra. Belfast, infatti, stava crescendo grazie ai fondi UE. Gli italiani che sono qua stanno riflettendo bene su cosa fare. Con la Brexit questa città non ha più le stesse possibilità”. Poi, ecco la sensazione sul referendum: “L’idea che si sono fatti in molti è che la campagna su questa votazione abbia portato la vittoria del “leave” perché ha puntato su due elementi chiave, uno dei due l’immigrazione. Adesso c’è solo tanta incertezza”. E, infine, un pizzico di rammarico: “Forse se la sono cercata. Hanno sempre pensato di avere qualcosa in più rispetto agli altri per via della loro grande storia coloniale”.

Leggermente diverse le sensazioni di Alessio, ricercatore universitario a Londra: “Al momento non dovrebbe cambiare molto, almeno per i prossimi due anni. È ancora molto presto per vedere conseguenze considerando anche che potrebbero fare un passo indietro. L’unica cosa è che potrebbero aumentare i costi dei voli aerei. Poi non so, forse si assisterà a una lievitazione delle tasse universitarie”. Poi, Alessio continua nella sua analisi: “Fondamentalmente il rischio sarebbe quello di avere le stesse regolamentazioni che hanno ad esempio i cinesi, costretti a dover richiedere un visto lavorativo per seguire il loro dottorato e a pagare di più di tasse universitarie. Ad alcuni cinesi questo non dispiacerebbe, perché attualmente si sentono discriminati. Molti di loro infatti non erano sconvolti dalla Brexit ed anzi vedevano in questa scissione una possibile azione di ‘giustizia’ nei loro confronti”.

Andrea Lo Giudice



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