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Batteri resistenti agli antibiotici, nemici invisibili senza un “volto”

Professoressa Stefania Stefani, ordinario di Microbiologia all'Università degli studi di Catania
Professoressa Stefania Stefani, ordinario di Microbiologia all'Università degli studi di Catania
9 giu 2016 - 06:01

CATANIA - Se dovessimo riassumere i temi caldi delle ultime settimane probabilmente basterebbero espressioni come “antibiotici al bando”, “batteri killer” e “allevamenti ripugnanti”.

Ma le semplificazioni e i cliché non hanno mai portato a nulla di buono.

Dunque, mettendo da parte scenari apocalittici degni dei miglior colossal americani, epidemie e pandemie in grado di decimare popolazioni, sterminare interi continenti e spalancare le porte ad una fine del mondo imminente, facciamo il punto della situazione e mettiamo le cose in chiaro insieme alla professoressa Stefania Stefani, ordinario di Microbiologia, responsabile del laboratorio di microbiologia molecolare e di studio delle resistenze agli antimicrobici al dipartimento di Scienze Biomediche e biotecnologiche dell’Università degli Studi di Catania, autrice di numerosissime pubblicazioni su riviste scientifiche internazionali.

Professoressa esistono dei super batteri?

“Più semplicemente esistono dei batteri che sono diventati resistenti a diverse famiglie antibiotiche ma che di ‘super’ hanno ben poco. La loro resistenza è dovuta alla pressione selettiva esercitata dall’uso di più di settant’anni di terapia antibiotica che ne ha determinato, nel tempo, un accumulo di mutazione e/o geni di resistenza. Si tratta di microorganismi per i quali ancora non esistono terapie antibiotiche efficaci”.

Di quali batteri parliamo?

“Parliamo di Staphylococcus aureus meticillino restistente (MRSA), di enterococchi di Klebsiella pneumoniae e altri Enterobatteri produttori di carbapenemasi (KPC), di Acinetobacter baumannii carbapenemi e colistina resistenti, di Pseudomonas aeruginosa MDR, per ricordarne alcuni. Tutti questi microrganismi sono ben conosciuti da noi esperti del settore, e ben descritti dagli organimi internazionali quali l CDC americano (Centers for Disease Control and Prevention)ed ECDC europeo”.

In Sicilia e in modo particolare a Catania, si sono registrati casi di decesso dovuti ad infezioni batteriche di questo tipo?

“Per parlare di decessi correlati a una infezione da ‘multidrug’ bisogna prima aver escluso ogni altra causa di morte correlata alla gravità delle malattie di base del paziente. In ogni caso è una valutazione clinica. L’allarme lanciato dal The Guardian in Inghilterra e dal presidente degli Stati Uniti ha un suo fondamento ed è un allarme che deve necessariamente riguardare tutti, anche noi. Anche qui, infatti, abbiamo registrato e continuiamo a registrare infezioni da batteri MDR. Il fenomeno è quindi da tenere strettamente sotto controllo”.

L’utilizzo di antibiotici all’interno di allevamenti intensivi di animali destinati alla macellazione può essere la diretta conseguenza delle cattive condizioni in cui vengono allevati?

“Le condizioni igienico-sanitarie degli allevamenti sono fondamentali per la salute dell’animale, degli operatori e dei consumatori. Vorrei precisare che l’Europa ha bandito gli antibiotici come ‘growth promoter’, ossia come promotori della crescita, questa pratica è assolutamente vietata e, dunque, in un sistema che funziona e nel quale vengono effettuati i dovuti controlli, gli antibiotici vengono somministrati soltanto a fini curativi”.

Perché si tratta di un problema globale?

“È uno di quei problemi che tutti devono affrontare con lo stesso impegno. Per farle un esempio, non posso preoccuparmi di impedire l’ingresso ad un ospite sgradito se chi abita con me o accanto a me non fa lo stesso. Se la risoluzione del problema non può essere globale, spero quantomeno possa esserlo a livello nazionale. Adeguate linee guida che coinvolgano tutta la Nazione sarebbero già una soluzione auspicabile”.

La difficoltà di “vedere” il nemico incide sulla percezione della sua pericolosità? Anche nell’ambito della ricerca crede ci sia ancora scarsa attenzione sul tema?

“Senza dubbio esiste il rischio di sottovalutare il problema in ragione della sua ‘intagibilità’ concreta ma ciò non esclude assolutamente i rischi legati ad infezioni da batteri resistenti. Si deve investire in ricerca. I finanziamenti pubblici, per esempio quelli di Horizon 2020, includono nei loro programmi anche la resistenza antibiotica ma si tratta spesso di fondi competitivi che vengono destinati a programmi transnazionali e che lasciano ben poco a progetti a respiro nazionale. Gli Investimenti in questo campo sono molto scarsi, come in molti altri settori di ricerca e spesso siamo costretti, se vogliamo continuare a fare il nostro lavoro di ricerca, a fare appello al finanziamento privato”.

Si può parlare di un’emergenza nuova?

“Di nuovo c’è senz’altro il dato che si tratta di qualcosa di ‘intrattabile’. Che la resistenza ci sia sempre stata è un dato inconfutabile ma questa volta ci troviamo a dover fronteggiare il fatto che diversi meccanismi di resistenza a quasi tuttele famiglie antibiotiche si siano accumulati all’interno dello stesso organismo e da quell’organismo si possano diffondere. Questo è senz’altro il dato che preoccupa e che consente di equiparare, in termini di impatto numerico, l’infezione da” multidrug” ad una patologia grave quale è quella oncologica”.

È possibile trovare un antibiotico in grado di uccidere il batterio ma non idoneo alla somministrazione umana?

“La difficoltà nel trovare nuovi antibiotici sta proprio nello sviluppare molecole in grado di uccidere i microrganismi ma che non siano tossiche per l’ospite. Ci sono state moltissime molecole ‘promettenti’ che sono state fermate nel loro sviluppo successivo per via della loro tossiticità. Un antibiotico del genere è inutilizzabile quindi non può neanche definirsi un vero e proprio ‘antibiotico’.

In una situazione del genere quali previsioni si possono fare?

“Una delle cose che presenta un elevato grado di fallimento, in questi ambiti, è proprio quello di fare previsioni. È impossibile dire con certezza quale sarà la situazione tra venti o trent’anni! Ciò che si può e si deve fare, però, è osservare il fenomeno, tenerlo monitorato affinché non si aggravi e darsi un tempo per mettere in campo una serie di azioni concrete che possano scongiurare scenari che, a dir poco, potrebbero diventare davvero molto gravi”.

Quanto è importante la prevenzione e cosa può fare una persona comune per scongiurare il pericolo di imbattersi in una contaminazione batterica di questo tipo?

“Innanzitutto bisognerebbe evitare di assumere antibiotici in autoprescrizione e affidarsi sempre al parere esperto di un medico. Il medico a sua volta dovrà avere cura di evitare prescrizioni antibiotiche quando non strettamente necessarie o per curare patologie non batteriche. Inoltre, non è vero che un antibiotico vale un altro, ogni antibiotico ha specificità di spettro, di azione, di distribuzione nell’organismo, di infezione: si parla quindi di appropriatezza prescrittiva. Il fenomeno delle ‘multiresistenze’ non deve essere considerato un fenomeno di demonizzazione dell’antibiotico stesso! Ricordo che proprio agli antibiotici e ai vaccini è dovuta la nostra sopravvivenza a numerosissime infezioni ad alta mortalità che hanno percorso la nostra storia nei secoli”. 

Si può parlare di una malattia incurabile?

“Certo, senza nuovi antibiotici e davanti a batteri MDR è come tornare nell’era preantibiotica. Se non esiste un antibiotico efficace non è possibile combattere l’infezione. Di conseguenza è necessario investire anche nella ricerca di nuovi antibiotici che siano in grado di superare le multiresistenze, con la consapevolezza però che questo è solo un anello della complessa catena di azioni che dobbiamo mettere in campo per contrastare la diffusione di questi microrganismi. In questo settore, ma anche negli altri, sembra che qualcosa si stia muovendo”.

Marco Bua



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