Allarme

Attività balneari, no dell’Europa a proroga delle concessioni

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14 lug 2016 - 18:29

PALERMO - È allarme rosso per le attività balneari in Sicilia. La normativa nazionale che prevedeva una proroga automatica e generalizzata della data di scadenza delle concessioni demaniali rilasciate dovrà essere ora rivista per obbligo della Corte di Giustizia europea.

Le concessioni sarebbero dovute scadere nel 2020, senonchè alcuni operatori privati del settore turistico a cui la proroga era stata negata hanno presentato ricorso contro questi provvedimenti di diniego.  

Per risolvere la questione i giudici italiani si sono quindi rivolti alla Corte di Giustizia europea che, con sorpresa di tutti, ha deciso che le proroghe non sono legittime e che le autorizzazioni devono essere prima messe al bando, affermando che “il diritto dell’Unione osta a che le concessioni per l’esercizio delle attività turistico-ricreative nelle aree demaniali marittime e lacustri siano prorogate in modo automatico in assenza di qualsiasi procedura di selezione dei potenziali candidati”.

E proprio sulla normativa italiana si era basato il governo Crocetta nel 2014 per garantire ai gestori di lidi e locali sul demanio marittimo un’autorizzazione fino al 2020, autorizzazione che dovrà essere quanto prima rivista sulla base delle nuove norme.

I proprietati intanto aspettano delucidazioni in questa situazione che potrebbe rivelarsi rovinosa per quelle attività tirate su con fatica, tempo e denaro e che non hanno ancora avuto il tempo si essere del tutto remunerate. 

Le proroghe, intanto, saranno sicuramente valide fino alla fine del 2016, dopo probabilmente sarà emessa una nuova sentenza.  “Nell’immediato – spiega l’assessore regionale al Territorio e Ambiente Maurizio Croce – accadrà poco o nulla. Ma chiaramente tutto cambierà nel momento in cui le concessioni giungeranno a naturale scadenza”.

Ma cosa succederebbe se le concessioni scadessero? Sarebbero mandate all’evidenza pubblica e poste di nuovo in gioco in bandi pubblici, pronti a permettere una nuova distribuzione dei beni demaniali per garantire a tutti il diritto di sfruttamento turistico.

È indubbio, però, che la Corte di Giustizia europea debba tenere conto anche delle attività esistenti: “Un fatto – afferma Croce – che crea ovviamente qualche problema. Se, infatti la nuova pronuncia dell’Unione ha un impatto relativo su piccoli insediamenti, piccoli lidi, altra cosa sono le conseguenze su grandi stabilimenti e su strutture che hanno comportato investimenti milionari”.

Nel frattempo è stato già istituito il tavolo tecnico nazionale, sede in cui ridiscutere le “vecchie” norme.

Clelia Mulà



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