Lettera

Amt, lo sfogo di un dipendente: “Direttore si dimetta. Non si può togliere il pane a chi sputa sangue”

autobus amt
29 giu 2016 - 19:51

CATANIA - Situazione dell’Azienda Metropolitana Trasporti di Catania sempre meno sotto controllo.

Questa volta a parlare e a sfogarsi non sono i sindacati ma direttamente i dipendenti. Di seguito, infatti, riportiamo integralmente la lettera di un lavoratore dell’Amt diretta al direttore generale dell’azienda, Antonio Barbarino:

“Stimatissimo Signor Direttore generale dell’Azienda Metropolitana Trasporti di Catania, scrivo questa lettera aperta per esprimere la mia stima per la sua persona, per la sua educazione e per la sua professionalità. Sicuramente lei è un buon padre di famiglia, un onesto lavoratore, un uomo che cerca di fare il proprio dovere e su questo nessuno osa discutere, ma mi permetta di dissentire su alcune sue scelte o sul suo modo di gestire la situazione ormai disastrosa dell’azienda in cui opera.

Lei è molto professionale nel far quadrare i conti ed esegue perfettamente gli ordini che le vengono impartiti dalla proprietà in quanto è indiscutibile che uno più uno fa due. La matematica non si discute perché non è un’opinione ma è un dato di fatto. Ma se è vero che uno più uno fa due in matematica, non è altrettanto vero nella vita. Perché quello che lei virtualmente viene a risparmiare togliendo di tasca il pane a coloro che sputano sangue, e sottolineo sputano sangue, lavorando come delle bestie in condizioni da terzo mondo e sotto insulti, percosse, umiliazioni da parte di una utenza imbufalita e lasciata a marcire sotto al sole nell’attesa di un autobus, non di certo servirà a risolvere i grossissimi problemi di un’azienda ormai in fallimento.

Uno più uno non fa due quando si toglie il pane a chi lavora onestamente, uno più uno non fa due quando si nega il diritto alla dignità, il diritto di chi dopo sacrifici e lavoro non pretende altro che quello che gli spetta e cioè la possibilità di mantenere una famiglia e onorare i propri debiti senza essere annoverati nei libri neri dei cattivi pagatori. Lo dico a lei stimatissimo direttore generale dell’azienda metropolitana trasporti di Catania, proprio a lei che è nato di AMT è cresciuto di AMT e grazie a questa azienda ha avuto la possibilità di prendere la sua laurea di diventare quello che è oggi e di ricoprire meritatamente il posto che occupa.

Oggi lei ha il dovere di tenere in piedi questa azienda. Non a spese di chi ne è servitore e traino indispensabile, ma sfruttando le giuste viee mi creda che ce ne sono tante - che riportino prosperità e ricchezza alla stessa. E laddove lei ritenesse impossibile farlo o magari non le dessero la possibilità di farlo, lei ha il dovere morale di dimettersi dal suo incarico, non per incapacità ma per difendere la sua dignità di professionista serio quale è.

Così come un autobus senza motore non può camminare, un’azienda non può rinascere togliendo i diritti sacrosanti a chi ne è motore trainante come i lavoratori. Uno più uno non fa due speculando sulle disgrazie della gente, che ha a casa dei figli disabili o dei parenti malati che hanno bisogno di assistenza, uno più uno non fa due lasciando a casa a pane e acqua chi magari dopo una vita di onesto lavoro ha avuto la disgrazia di ammalarsi, se si vuole togliere qualsiasi diritto umano a chi vive di lavoro e di sacrificio.

E se questo lei non ritiene sia giusto scenda lei stesso, caro direttore generale, in prima linea salga su uno di questi carrozzoni inguidabili e demoliti che vengono ritenuti da illustri ingegneri idonei al servizio. Ci lavori lei in mezzo al traffico e tra la folla di persone imbestialite tra minacce di morte, percosse, insulti, sputi, umiliazioni. Tocchi con mano la realtà e vedrà che non potrà più far finta di non sapere.

Uno più uno fa due quando un direttore fa quadrare i conti sfruttando le risorse facendo giuste proposte di investimento di lavoro e non togliendo lavoro. Mio padre mi diceva sempre che più si lavora più si guadagna. Ebbene lei ci sta togliendo così sia il lavoro che il guadagno. Non si può obbligare a lavorare una persona e poi togliere dal suo lavoro ore di sudore e punirlo per le sue disgrazie.

Spero che questa mia riflessione possa essere utile a farla riflettere, anzi dovrebbe servire magari a riflettere a chi è veramente colpevole di questo reato di abbandono. Non solo di una azienda considerata immortale ma anche dell’abbandono di una città ridotta alle condizioni di anarchia assoluta, una città lasciata in balia di sé stessa senza controllo, senza ordine e senza più civiltà”.

Andrea Lo Giudice



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