Mafia

Altofonte-Monreale-San Giuseppe Jato: cruenti fuori, spaccati in due dentro

Contrasti San Giuseppe Jato
16 mar 2016 - 17:48

PALERMO - Due operazioni congiunte contro le famiglie mafiose palermitane e 62 persone in manette. Sotto la lente di ingrandimento di un primo filone investigativo è finita la famiglia di Villagrazia. Un secondo blocco di indagini si è concentrato, invece, su quella di San Giuseppe Jato.

Grazie alle investigazioni, è stato possibile ricostruire l’organizzazione interna del clan, spaccato in due dopo lo smantellamento avvenuto in seguito ad un’operazione del 2013. Le due fazioni facevano capo rispettivamente a Gregorio Agrigento, coadiuvato da Ignazio Bruno e Antonino Alamia, e a Giovanni Di Lorenzo, che curava gli interessi della vecchia guardia, legata a Salvatore Mulè.

Per questa ragione Di Lorenzo ha cominciato a raccogliere armi per difendersi e attaccare, come avvenuto tra il 18 e il 19 gennaio 2014. In quell’occasione fu fatto fuori il bestiame di Giovanni Longo, che avrebbe comprato i bovini con i soldi “rubati” a Mulè. Alla fine dello stesso mese, poi, le indagini hanno consentito il ritrovamento di alcune armi da fuoco nascoste nel fieno del terreno agricolo di Giuseppe Tartarone Buscemi, vicino a Di Lorenzo.

Quest’ultimo, privato delle sue armi, ha cercato nuovi fornitori, individuati in Antonino Giorlando e Vincenzo Ferrara. Intanto, le due fazioni davano inizio ad alcuni summit per trovare un punto di incontro, sostanzialmente senza soluzione. Poi, il 4 novembre del 2014 Di Lorenzo è stato arrestato perché in possesso di una pistola a salve modificata, insieme a Raffaele Bisiccè, che gli aveva fornito l’arma ed era in possesso della strumentazione per produrre munizioni.

Il contrasto tra i due gruppi aveva reso insostenibile l’ambiente anche per chi, fino a quel momento, aveva deciso di non denunciare di essere vittima di estorsione. Aspetto importante, perché uscire allo scoperto ha rappresentato una svolta per le indagini, che hanno portato anche all’arresto di Saverio Zinna, ortofrutticolo ambulante che si occupava di reperire auto rubate per commettere i crimini.

Al mandamento di San Giuseppe Jato è strettamente legata la famiglia di Monreale, importante dal punto di vista strategico per la vicinanza al centro di Palermo. A capo del clan c’era Giovan Battista Ciulla, fisioterapista a domicilio, ma che conosceva le dinamiche mafiose per via dei legami con Carmelo La Ciura. A dimostrazione di ciò, c’è un intercettazione che fa emergere la sua “scalata professionale”:A me … mi ha stranizzato allora, quando mi hanno detto … dice … che a te avevano fatto questo vestitino … ho detto: “mah!” … Però ora … quando uno non lo sa portare il vestito …”“Ma nemmeno prima me ne potevo uscire! … Perché purtroppo non è che è una cosa di ora! … È una cosa di sempre! …”“… solo che prima io ero solo … che … “ ”Un soldato eri!…” ”… partivo … nel momento di bisogno! …” Il soldato … ora è diventato generale! …”. Ciulla, inoltre, aveva l’obiettivo di controllare almeno il 60% di tutte le attività edilizie sul territorio.

Insieme a lui, comandavano Onofrio Buzzetta, imprenditore e capo decina di Pioppo, Giuseppe Giorlando e Nicola Rinicella. Tuttavia, Ciulla non era ben visto dagli esponenti della famiglia di San Giuseppe Jato, sia per la sua gestione dei soldi, che per il rapporto extraconiugale con la moglie di un detenuto.

Anche qui la corsa al potere è stata causa di numerosi episodi delittuosi, danneggiamenti e tentativi di estorsione. L’episodio più eclatante è sicuramente l’incendio dell’auto di Veronica Madonia, figlia di Vincenzo, ex rappresentante della famiglia mafiosa.

Nel macrogruppo della famiglia di San Giuseppe Jato rientra anche il clan di Altofonte, capeggiato per molti anni da Giuseppe Marfia, spalleggiato da Andrea Marfia. La famiglia ha operato spesso nel campo dell’edilizia, minacciando ed estorcendo imprenditori. Un settore, che, a volte, era oggetto di discussione con i Villagrazia. A tal proposito, risulta emblematico un discorso tra Marfia e Salvatore Di Blasi, rappresentante dei Villagrazia e delegato del boss Mario Marchese, in merito all’estorsione ai danni di un allevatore/macellaio che non aveva pagato la “messa a posto” di 10 mila euro. L’obiettivo era quello di alleggerire la richiesta, poiché lo stesso esercente pagava già il pizzo alla famiglia di Villagrazia.

Dopo l’arresto di Marfia nel 2013 con l’operazione “Nuovo Mandamento”, il comando è passato nelle mani di Salvatore Terrasi, cognato dell’ex latitante Domenico Raccuglia. Con il suo insediamento, la famiglia di Altofonte si è schierata definitivamente con il clan di San Giuseppe Jato.

Andrea Lo Giudice



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