Agricoltura

Allarme siccità in Sicilia: prevenzione e idee per correre ai ripari

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30 giu 2017 - 06:16

CATANIA - Allarme siccità in Sicilia, una questione che, in virtù delle temperature di questi giorni, e soprattutto in vista dei prossimi mesi estivi diventa sempre più preoccupante, anche nell’ottica di un forte rischio desertificazione. In merito a quest’ultimo tema la problematica non è solo di carattere regionale, ma addirittura nazionale, con alcune regioni d’Italia che hanno una probabilità molto più elevata e ad essere colpito più di tutti è il settore dell’agricoltura. Le sigle sindacali degli operai del settore di recente hanno diverse volte preso di petto il problema.

La nostra isola sin dai tempi più remoti della sua storia ha fatto dell’agricoltura il suo punto di forza, tanto da venire denominata durante il periodo medievale Granaio d’Italia, a tutt’oggi non smette di credere nel settore primario. I cambiamenti climatici che stanno portando negli ultimi anni l’isola sempre più a tropicalizzarsi, con una mancanza di piogge che dura da parecchi mesi, autorizzano la messa in atto di interventi, soprattutto nei periodi più caldi dell’anno con conseguenti ricadute sia da un punto di vista tecnico e organizzativo dei terreni e dei raccolti che da un punto di vista di rilancio economico della regione.

Dal punto di vista tecnico le carenze si notano prima di tutto in un sistema irriguo ormai obsoleto, con infrastrutture che in alcuni casi hanno superato anche il mezzo secolo di vita, e causano non pochi danni ai terreni coltivati, come ci spiega il vicepresidente vicario della Cia (Confederazione Italiana Agricoltori) Sicilia Orientale Giosuè Catania: “I dati relativi al cambiamento climatico, con aumento della temperatura e la mancanza di pioggia, parlano chiaro specialmente sulla Piana di Catania, e ciò comporta danni alle colture, al corpo umano e al bestiame che ha bisogno di foraggio. A ciò si aggiungono anche problemi di manutenzione e di mancanza di invasi con strutture di erogazione dell’acqua ormai fatiscenti e che andrebbero rimesse a nuovo, con la conseguenza di mettere a rischio la stagione irrigua. Di tutto ciò la competenza è dei consorzi di bonifica che non hanno erogato l’acqua alle aziende in modo omogeneo, come nel Biviere di Lentini, dove in alcune zone non viene distribuita a causa delle rotture nelle tubazioni. La causa di tutto ciò sta nella mancanza del trasferimento di fondi adeguati da parte della Regione. La conseguenza di tutto ciò è che gli imprenditori agricoli devono effettuare ulteriori investimenti per salvare la produzione che è comunque di per sè compromessa, in quanto gli agrumeti, gli uliveti e gli ortaggi a pieno campo soffrono lo stress idrico e portano a una minore produzione agricola”.

Per fermare questa situazione di carestia il coinvolgimento della politica non manca, anche a livello nazionale: “Abbiamo chiesto - conclude Catania – all’assessore Cracolici di inoltrare, tramite la giunta regionale, al ministro Martina lo stato di calamità per i nostri raccolti, perché l’acqua è un elemento fondamentale e non deve mancare. Aggiungo inoltre che il proliferare di incendi a causa del caldo è la conseguenza dell’assenza dell’uomo nelle campagne e perciò chiediamo al governo nazionale delle politiche di sostegno per la presenza degli agricoltori nelle campagne, affinché anche gli incendi causa caldo possano diminuire”.

Concetti ribaditi anche da Giovanni Pappalardo, presidente provinciale Coldiretti Catania, che ci ha svelato anche dei particolari non indifferenti: “Quello che sta accadendo comporta un grande rischio sia per le produzioni estive che per quelle successive, come quella dell’olio, e la mancanza di adeguate strutture fa tutto il resto. Mi viene da pensare ai lavori per la diga di Pietra Rossa, iniziati nel 1997 e ancora non portati a termine a causa di un contenzioso tra l’assessorato regionale all’Agricoltura e quello ai Beni Culturali riguardante il ritrovamento di reperti archeologici. La situazione relativa alla siccità è di portata nazionale, ma noi che qui in Sicilia siamo più abituati a temperature alte dovremmo intervenire installando i sistemi di irrigazione a goccia. Tutto ciò invece non viene fatto perché i consorzi di bonifica, che sono commissariati, non ricevono i dovuti incentivi”.

Le conseguenze in ambito economico e nell’ottica di un rilancio in tal senso sono enormi, anche in relazione a problemi come il calo della produzione e l’aumento della concorrenza sleale: “Il prodotto danneggiato – continua Pappalardo - dal caldo favorisce una perdita di miliardi di euro a livello nazionale e di conseguenza l’importazione del prodotto proveniente da fuori per far crollare il prezzo di quello nostrano. Da aggiungere anche che il prodotto estero spesso è composto da fertilizzanti che qui in Italia sono vietati. Tempo fa, dopo l’arrivo a Bari di una nave proveniente dal Canada con del grano che è stato in seguito sequestrato, abbiamo fatto un presidio per denunciare ciò”.

Al fine di evitare tutto questo l’associazione si sta attivando. “Noi come Coldiretti - conclude Pappalardo – ci opponiamo all’accordo Ceta per il libero scambio tra Europa e Canada, che dei marchi di riconoscimento per 300 prodotti presenti in Italia ne ha riconosciuti soltanto una piccola parte, abbiamo combattuto per la legge di regolamentazione dei prodotti lattiero caseari che è stata finalmente approvata e adesso faremo in modo che venga fatta la stessa cosa per la pasta”.

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Giuliano Spina



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